Una verità costruita, una verità d’artificio – una falsa verità – può essere più vera della vera: semplicemente perché dice di più.
One for the road è esattamente questo: una verità costruita, una poesia in prosa. Poesia in prosa perché vi è un pathos che si esprime, sì, in modo esatto e preciso, ma non si esaurisce nel significare, come nella grande Poesia; proprio per questo, proprio perché affronta la tragica comicità della vita, non sclerotizzando, fossilizzando il linguaggio, ma riuscendo a mantenerlo aperto, fino a destinarlo quasi al silenzio.
Baraldi è riuscito dove, oggi, pochi pseudo-scrittori riescono, è riuscito ad addentrarsi in territori della mente, ormai poco esplorati, ha esperito “l’altrove”.
D’altronde un libro non è solo una questione di frasi, una foresta di frasi. La forma è tutto, hanno sempre sostenuto tutti quelli che pensavano su ciò che andavano scrivendo, da Robert Musil a Eugenio Montale. Conta solo “come” scrivi, il resto è fumo. Il che, in letteratura, coincide sempre splendidamente con il “cosa” scrivi.
Oggi è esattamente il contrario: la forma è nulla e il marketing è tutto.
La letteratura (come ogni forma d’arte), è divenuta autoreferenziale. I libri scritti da giornalisti, vengono letti e recensiti da giornalisti per giornalisti.
Di fatto la recensione come la si fa oggi, fa ridere. Allora è meglio il riassunto del libro di turno.
Oppure inventi un “caso”, crei un “evento”che non ha nulla a che vedere con l’opera, ma che la infiocchetta, per l’editore sarà sicuramente un successo. La gente accorre, compera quello che c’è da comprare: compera quel libro perché fa moda averlo, mica perché si fa un’esperienza reale dentro lo scrittore, insomma, un modo come un altro per restare beoti come prima.
Uno scrittore come Baraldi, solitario e stilita, occupato a scrivere il “capolavoro”, è davvero destinato a rimanere lì come un bravo studentello, senza che a nessuno interessi sapere come stia?
Oggi tutto va messo in “saldo” per raggiungere la massa, finanche le parole dell’anima.
Lo scopo della scrittura è quello di farci scandagliare il dolore, deve sperimentare lo star fuori dal mondo e dall’uomo; se non riesce in ciò, non ha alcun senso. La scrittura deve “salvare” anche la sofferenza, poiché la sofferenza, alla fine è proprio ciò che non possiamo de-finire, non possiamo univocamente significare. La sofferenza deve restare ferita aperta.
La vera letteratura è di per sé poco “consumabile”, propone un linguaggio che non può essere letto e consumato velocemente, come fosse un piatto di spaghetti; richiede sforzo – minimo o gigantesco -, fatica, abbandono.
É proprio dello scrivere lacerare il tempo; passare da una parola all’altra è un po’ come valicare un abisso.
Il linguaggio ha potenza propria; noi non usiamo il linguaggio come nostro possesso, noi siamo nel linguaggio, noi siamo parlanti perché siamo nel linguaggio.
E così, “percorrendo” One for the road, al 14esimo giro sono “diventata” Silver: avevo “….il naso più bello del mondo, esprime un sacco di cose, ma nessuna è brutta, sul serio. Se c’è una cosa che mi piace proprio tanto della mia amica è il suo naso. è che un naso così ti diventa simpatico appena lo vedi.”; ero quel linguaggio.
Kafka scriveva a Milena che scrivere lettere è “un contratto con i fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio che si sviluppa tra le mani”.
Leggere un libro è solo un passaggio obbligato nel cammino verso sé stessi, la meta coincide, miracolosamente, con il suo punto di partenza: il desiderio di poter vedere, finalmente, il nostro autoritratto.
Questo se sai scegliere il libro,- One for the road -, ti concede questo privilegio.