KEITH B. BROWN [20/05/2007]

KEITH B. BROWN: IL BLUES E’ COME L’ACQUA

Son House nel cuore e quello speciale tocco nelle mani che fa di te un bluesman se lo possiedi, o un semplice musicista se ne sei privo: in Keith B. Brown rivive la grande tradizione del Delta del Mississippi, intrecciandosi con una dimensione più intima e personale che sempre dal blues trae il proprio nutrimento. Nato a Memphis, Tennesse, Keith si trova presto a scoprire che c’è stato un tempo in cui le canzoni raccontavano storie per lui inspiegabilmente familiari e, con la sola compagnia della sua tecnica chitarristica appassionata e sincera, decide di fare un passo indietro per ritrovare le proprie radici e riprendere, proprio da allora, il filo interrotto. Da quel giorno sono passati 4 album, Wim Wenders lo ha scelto per impersonare Skip James nel suo “L’anima di un uomo” e ha collaborato con artisti di grande levatura calcando i palchi di mezzo mondo, sia in solitaria che con la band, incantando con la magia della propria voce chiunque si sia fermato ad ascoltarlo.
Incontro Keith B. Brown in un ristorante piacentino, in occasione della sua partecipazione al festival “Dal Mississippi al Po”. Mi accoglie con un sorriso aperto, e siamo pronti per prender posto a tavola.

Keith B. Brown & Massimo Baraldi

MB: Keith, la rivista “Blues Revue” ti ha votato come uno dei dieci artisti che oggi rappresentano il futuro del blues. Dove sta andando il blues, secondo te?
KBB: Il blues continuerà ad andare per la propria strada, così come ha sempre fatto. Il blues è la base della musica… di quella popolare, almeno. Il blues è come l’acqua: con l’acqua tu puoi creare una zuppa o del vino, un the o un caffè, una bottiglietta di soda o di Coca-Cola… e lo stesso vale per il blues. Col blues puoi farci tante cose, tante davvero: jazz, country, hip hop… e sarà così all’infinito. Il blues è il potere di tutto e non importa quanto cambierà perché sarà sì diverso, ma fondamentalmente lo stesso. La fonte delle cose non cambia.

MB: Nel tuo lavoro c’è una profonda ricerca musicale, sai scavare nel passato e infondere nuova vita ai brani dei pionieri del blues. È piuttosto inconsueto, molte band si limitano a continuare a suonare “Stormy monday”…
KBB: Questo è un aspetto piuttosto triste del blues, qualcosa che ne sminuisce il valore. Ovunque tu vada sentirai le band proporre gli stessi standard, come fosse un pacchetto chiavi-in-mano: ecco “il blues”! È davvero noioso, sai. Io amo la musica, quel che faccio è cercare di esprimere me stesso attraverso i brani che compongo e quelli che interpreto, suonare sempre le stesse cose non è affatto interessante. Evito intenzionalmente tutta la produzione degli anni ’50 e ’60, registrazioni Chess comprese, perché sono cinquant’anni che andiamo avanti con Muddy Waters, Howlin’ Wolf e il Chicago Blues! Il punto è che quella roba è diventata tanto impersonale da non fare più effetto a nessuno, basta mettere in piedi una band e chiunque può eseguire “Stormy monday”: impari gli accordi ed il gioco è fatto! Ma attaccato a quei brani non resta nulla di chi li esegue, perché ci si limita a “rigurgitare” qualcosa per fare uno spettacolo…

MB: Son House, o forse “Mississippi” Fred McDowell, disse: “Puoi imparare la musica, non il tocco”. Questo però non vale per te…
KBB: È una cosa molto individuale: alcune persone lo posseggono, altre no. Ci sono persone che sono in grado di “sentire” la musica e di trasmettere questa emozione attraverso le dita, altre ne apprendono solo la parte tecnica… ma è un affare completamente diverso. Non è la stessa cosa di quando esprimi ciò che hai dentro: o ci riesci oppure no. Non credo che tu possa imparare, devi sentirlo.

MB: Com’è stato lavorare con un regista del calibro di Wim Wenders?
KBB: È stato grandioso! Wim Wenders si è dimostrato molto disponibile e gentile, mi spiegava sempre esattamente cosa si aspettava che io facessi e tutto il resto! Sai, devo dire che non è stato difficile… abbiamo lavorato in modo estremamente veloce ed efficiente. C’erano un sacco di cose da fare dal mattino presto sino a notte fonda ma, con questa squadra di persone costantemente impegnata a spostare tutto da una parte all’altra, non è che si dovesse star lì ore e ore ad aspettare. La considero un’esperienza impagabile, grazie alla quale ho imparato moltissimo riguardo la realizzazione di un film.

MB: Pensi che il progetto “The Blues” sia stato in grado di smuovere il pubblico abbastanza da creare un nuovo interesse per i suoi eroi?
KBB: Il “Blues Project”… non penso abbia fatto molto per portare la gente al blues, perché non era un progetto sufficientemente commerciale e, se vuoi che qualcosa raggiunga davvero il pubblico, deve esserlo. In realtà è diventato patrimonio esclusivo degli appassionati di questo tipo di musica, negli Stati Uniti quelle pellicole non sono state nemmeno distribuite nei cinema…

MB: Non lo sono state?
KBB: No davvero! Abbiamo una televisione pubblica, ed è lì che son finite. Parlo del tipo di emittenti che probabilmente avete anche qua in Europa… coprono l’intera nazione e sono specializzate in arte, cultura e cose del genere. Ma nei cinema non si son viste.

MB: Eppure erano coinvolti nomi come Wim Wenders, Clint Eastwood o Spike Lee…
KBB: Già, ma non è bastato. La partecipazione di Spike Lee era prevista, però all’ultimo momento sono sorti non so quali problemi e non se n’è fatto più niente. In Europa, specialmente in Francia e in Italia, l’intero progetto è stato accolto meglio che da noi… presumibilmente perché qui Wim Wenders è molto popolare, e anche gli altri registi lo sono. Sinceramente non penso che il progetto abbia contribuito a portare consapevolezza alle persone, non era abbastanza commerciale per riuscirci… vai nelle strade e chiedi a loro, vedrai che nessuno ne sa nulla.

MB: Come ti sei sentito nei panni di Skip James? È uno dei personaggi più oscuri del blues, dimenticato dopo poche registrazioni e con una sorta di attitudine “punk”.
KBB: Non sono certo che “punk” sia la parola che userei… Skip James era un uomo difficile, questo sì, ma forse solo perché sentiva di non aver ricevuto ciò che avrebbe meritato. Le canzoni che ha scritto sono nel film, e ora tutti quanti impazziscono per lui… ma quando le registrò non ricevette un solo dollaro. Una cosa del genere, bè, è una cosa seria.

MB: “L’anima di un uomo” non è stata la tua prima esperienza cinematografica, so che hai recitato anche in una pellicola di Glenn Marzano ispirata alla vita di Robert Johnson…
KBB: Già! “Stop breaking down” lo abbiamo girato a Greenwood, Mississippi, in sette giorni… dura appena 27 minuti, ma è stata la più bella esperienza di tutta la mia vita [ride]! Io impersonavo Son House, il bluesman che amo più di ogni altro e grazie al quale sono ciò che sono: a spingermi nel lungo viaggio di riscoperta delle mie radici, non solo musicali, sono state proprio le sue canzoni. Lui era un predicatore e nella sua musica convivevano il bene e il male, il diavolo e la fede, elementi che tuttora caratterizzano l’immaginario del profondo Sud. Se l’esperienza con Wenders mi ha insegnato moltissimo, qui mi sono divertito sul serio: io e gli altri abbiamo suonato, riso e lavorato… sono stati giorni fantastici!

MB: Wim Wenders, in un’intervista, affermò di aver conosciuto tempi molto difficili in gioventù, e che è stata la musica a salvargli la vita. Keith, tu pensi che la musica abbia davvero un “potere curativo”?
KBB: Sì, sono certo che la musica abbia il potere di curare e che questo ne spieghi la diffusione. Noi sentiamo musica ovunque, magari senza nemmeno rendercene conto: ti alzi la mattina e accendi la musica, guidi la tua auto e fai lo stesso, cammini nelle strade e la musica è intorno a te: la musica è ovunque, e dubito che potremmo farne a meno. La musica ha la capacità di smuoverti, letteralmente: se ti senti in un certo modo, la tua mente ed i tuoi pensieri prenderanno una direzione diversa, sospinti dalle parole o dalla melodia. Sì, la musica ha il potere di curare.

MB: Cosa vedi nel tuo futuro? Tu non sei solo un bluesman, ma anche un brillante attore…
KBB: Ora come ora direi che cercherò di pubblicare un nuovo disco, nel prossimo anno o giù di lì, ed è possibile che ci riesca [ride]! Ma vorrei anche continuare a fare ciò che sto facendo nel miglior modo possibile: scrivere canzoni e interpretare quelle del passato.
Quanto al cinema… non ne sono sicuro. Recitare è stata una bellissima esperienza, ma davvero non saprei. È molto difficile trovare una parte. Sai, per quel che mi riguarda, avevo un talento speciale che era proprio quello che stavano cercando. In futuro… vedremo. Certo, mi piacerebbe!

Piacenza, 20 maggio 2007 ©Massimo Baraldi