MARCO & FRANCO LIMIDO: FAMILY STYLE [26/02/2008]
Family Style: I blues di famiglia di Marco e Franco Limido
Un’esistenza in blues quella di Marco e Franco Limido. Fratelli nella vita come sul palco, coi loro italianissimi Family Style hanno dimostrato che la musica del diavolo non ha confini o pregiudizi di sorta: per suonarla non occorre essere nati sulle sponde del Mississippi… poi, certo, farlo in modo credibile è un’altra storia.
Vengono dalla provincia milanese, e credibili loro lo sono eccome. Dev’essere questa la ragione per cui sono riusciti a ottenere un buon seguito anche presso un pubblico tradizionalmente “difficile” come quello inglese e, già che c’erano, a guadagnarsi la stima di musicisti di mezzo mondo… Andy J. Forest, Louisiana Red o Arthur Miles, giusto per fare qualche nome, ma la lista potrebbe essere lunga.
Poi, se Robert Palmer ha voluto proprio l’armonica di Franco nel suo ultimo “Drive”, una buona ragione ci sarà.
Mentre fervono i preparativi per il nuovo disco, che vedrà la partecipazione dell’ex-Fabulous Thunderbird, ex-Canned Heat e ex-Blasters Gene Taylor, ci troviamo a un tavolo per quattro chiacchiere, un paio di birre e qualche blues.
MB: Family Style e blues di famiglia. Parlando di musica e di fratelli eccellenti è difficile non pensare a Greg e Duane Allman, Stevie Ray e Jimmy Vaughan, Ray e Dave Davies, gli Everly Brothers o, perché no, ai Blues Brothers! Il legame di sangue non sempre è bastato a rendere semplice la collaborazione, ma voi sembrate essere molto affiatati. Com’è cominciata la vostra avventura? E, dovendo fare un bilancio, sarebbe positivo?
FL: Innanzitutto ciao Massimo, e ciao a tutti i tuoi lettori! Non siamo in radio, però… [ride] Comincio dalla fine: il bilancio della nostra avventura è positivissimo. Primo perché è bello essere fratelli anche nella musica, abbiamo un ottimo rapporto in quanto tali e non solo come componenti della band… e poi perché le nostre strade finalmente sono diventate una sola. Marco ha diversi anni più di me, è stato lui a iniziarmi a certi suoni. Da bambino ascoltavo quello che girava per casa e, passando dalle prime formazioni rock come i Led Zeppelin o i Deep Purple, approdai infine a Eric Clapton e al blues vero e proprio. Possiamo dire che sono stato sbalzato dai temi dei cartoni animati a Muddy Waters prima e al British blues poi. [ride] I Family Style sono nati nel 1994, Marco e la sua chitarra erano già attivi da 15 anni, tra diverse band e le esperienze con Cooper Terry e Arthur Miles.
ML: Sì, con Cooper Terry ho registrato due dischi, all’epoca. Quanto a noi, è stata una combinazione. Il mio strumento preferito è l’armonica e io le avevo tutte, con tanto di microfoni, ma di suonare come avrei voluto non sono mai stato capace. Un giorno arrivò Franco, dicendo che gli sarebbe piaciuto imparare a suonarla. Lo liquidai con un “Prendile e provaci, sono lì.”.
FL: E così fu. [ride]
ML: Parto per la Spagna, torno dopo un mese, sento uno che suona in casa e mi dico “Cavolo, questo ci sa fare!”, bè, era lui.
FL: Mentre Marco partecipava ai Festival, aveva i suoi dischi e girava molto con Cooper o Andy J. Forest, mio amico oggi ma mio mito innanzi tutto, io mi facevo le ossa coi primi gruppi tra la periferia milanese e la provincia. Suonavo il blues che mi piaceva, che era poi quello che ascoltavo con Marco. Lui all’epoca era più orientato al rhythm & blues e, sentendomi fare le cose che gli piacevano, bontà sua, mi ha…
ML: No, il discorso è che Franco mi rimproverava sempre di non essere mai andato a vederlo. Così una sera mi presento a “Le Scimmie”, con lui c’era Heggy Vezzano alla chitarra, che oggi è un nostro amico ed è diventato un gran musicista, e questo mi parte con “Born in Chicago”! Ci son rimasto. Voglio dire, perché devo andare a suonare con chissà chi, quando ho mio fratello in casa? E così abbiamo cominciato. Poi c’era Davide Bianchi, mio cugino, al basso.
FL: Davide è il bassista di Marco da quando son partiti. Se vuoi metter su un gruppo tutti vogliono sempre essere il chitarrista, nel giro di amici lui era il più giovane, Marco se l’è lavorato un po’ e alla fine ha accettato.
ML: Davide è un vero talento. Gli diedi in mano il basso e “Jazz Blues Fusion” di John Mayall, quello dopo due giorni lo suonava tutto.
FL: Già! Poi passò a Larry Taylor, i Canned Heat ed eccotelo pronto per il palco.
ML: Guarda che è vero, non è una balla. Avevamo un gruppo, e sono orgoglioso di dirlo, la Fachman Blues Band (non è una parolaccia, è tedesco: vuol dire “l’esperto in un settore”). Eravamo dei ragazzini, ma portavamo in giro un vero repertorio blues, tutti brani reinterpretati, e allora non c’era nessun altro che facesse niente del genere. Eravamo diventati famosi perché in scaletta avevamo “Everybody needs somebody” e in quel periodo era uscito il film.
FL: Il cantante era Cleo “Big Boss Man”, così chiamato per la stazza e la potenza vocale. Ogni tanto facciamo ancora delle cose insieme, è un bravo armonicista. La vita lo ha portato a prendere altre strade, ma per me è stato un grande esempio, per il carisma… era l’attrazione della band! Un grande entertainer, come si dice oggi, seppur autodidatta. A me sono sempre piaciute queste figure… della musica mi sono innamorato grazie a Marco, ma anche al grande Cooper Terry. È stato lui a sdoganare un certo tipo di blues in Italia, quello più sincero, delle radici più profonde. Lui era cresciuto in California, ma veniva da un posto chiamato Cooperville dell’area di San Antonio, Texas.
ML: Cooperville è spesso citata nei fumetti di Tex Willer. Pensavo fosse un nome di fantasia, invece no. Lì si chiamano tutti Cooper, son tutti parenti. Dopo si è trasferito a San Francisco. Il suo nome era Verlante Cooper jr., Terry lo ha scelto in omaggio a Sonny Terry. Un giorno eravamo a casa, prese l’armonica, si misero a suonare e gli disse “Franco, tu prenderai la mia eredità”.
FL: Gli piaceva fare il “santone” del blues, ogni tanto… anche sul palco, coi suoi “sermoni” e quella teatralità ispirata dai predicatori. Pensa a Son House, e allo stile passato poi alla storia come “preaching blues”. Certo, lui aveva milanesizzato molto, ma questo lo rendeva irresistibile. Lì, comunque, cominciammo come Family Style, prima nei club dei Navigli, poi nel comasco e nei vari festival della penisola. Un giorno abbiamo avuto la fortuna di conoscere Romano Grossi, vero appassionato del genere che lavorava nelle distribuzioni e aveva fondato un’etichetta indipendente. Si ispirava alla Blue Horizon di Mike Vernon e alle sue gesta nella Londra della seconda metà degli anni ’60, con i Fleetwood Mac innanzitutto. La sua collana si chiamava “The Lost Passion”, voleva un po’ ricreare quel tipo di feeling e curava molto il packaging, con booklet e tutto il resto. È stato lui a produrre il nostro primo album, “Live Style!”, registrato interamente dal vivo tra Pavia, Milano e Torino. L’avere un produttore, oltre a spronarci e farci cambiare il modo di lavorare, ci ha aperto diverse porte. Dopo le recensioni di siti e fanzine di mezzo mondo finalmente abbiamo varcato i confini, non solo svizzeri… il primo tour è stato in Polonia, poi il Nord Europa e il resto, ma è là che abbiamo cominciato, e ce lo siam fatto tutto in macchina.
Per quel che mi riguarda sono più che orgoglioso del nostro lavoro, siamo ancora “on the road” e ce la mettiamo tutta.
MB: I “Family Style” sono una delle poche blues bands italiane a essersi costruite un’ottima reputazione in territori tradizionalmente “ostili” come la Gran Bretagna o il Nord Europa, e il vostro “Live in Nottingham” ne è una dimostrazione. C’è una ragione?
FL: Le ragioni vere e proprie dovremmo chiederle ai fan europei e agli organizzatori che continuano a chiamarci… comunque sì, aver successo in Inghilterra è insolito. Noi abbiamo sempre avuto il pallino di quel paese. Gente come Eric Clapton, i Fleetwood Mac, gli Yardbirds e via dicendo non erano altro che ragazzi bianchi dell’altra parte del mondo che con il blues non c’entravano, non era nel loro background. Se ne innamorarono grazie alle radio e all’American Folk Blues Festival, dal ’62 in avanti, ma ciononostante rimasero sempre molto rispettosi nel loro approccio. Due album come “Fleetwood Mac in Chicago – Blues Jam at Chess” e “Howlin’ Wolf London Sessions” mostrano a che livello fossero arrivati come musicisti. Furono loro a portare il blues alle masse.
ML: Già, perché il blues è forse l’unica forma musicale nata davvero in America. Tanti associano i canti africani, ma io non ne sono così convinto, là quel tipo di cose non ha mai preso piede. Il blues nacque nelle piantagioni, con Charlie Patton, Son House e gli altri pionieri… però, non era mai decollato. Lo suonavano nei bar a fine sera, nei “juke joints”. Muddy Waters stesso è diventato famoso solo dopo essere andato in Inghilterra.
FL: Ai tempi della Chess e della Sun Records qualche momento di gloria alcuni lo hanno anche avuto… come Willie Dixon, un compositore geniale che scriveva un po’ per tutti, però parliamo di un periodo in cui c’erano grossi problemi razziali, la segregazione impediva a questa gente di essere conosciuta a “banda larga”. Se tu parti dai primi successi degli anni ’50, passiamo poi a quella che gli americani chiamano la “British Invasion” e noi conosciamo per “Blues Revival”, includendo anche il beat inglese, che comunque da lì è partito. E così, ascoltando questi dischi e le cose della Blues Band di Paul Jones, Dr. Feelgood o Nine Below Zero, che qui in Italia sono di casa, mi sono sempre chiesto come fosse la scena blues dei club lassù, dopo più di trent’anni. Grazie ad alcune recensioni positive il nostro disco finì in un club a Spalding, nel Lincolnshire, il “Blues Club at the Red Lion Hotel”. Gestito da Richard e Cynthia Howell, affittano la sala di un albergo e un paio di volte al mese ci fanno il blues da ormai vent’anni. Il disco piacque, ci invitarono e noi non ce lo facemmo ripetere.
ML: Ero in camera a chiedermi se ci sarebbe stata gente, guardo giù e vedo la coda! Un pienone!
FL: Sì, che poi lì Richard mi spiegò che ognuno aveva una sedia col nome e la membership, quindi tutte le gig sono sempre sold out. È un club dove non chiami per prenotare ma per disdire… e in quel caso il posto viene ceduto ad altri.
ML: Lì hanno suonato un po’ tutti. Jimi Hendrix, Eric Clapton… sul muro ci sono ancora i loro autografi.
FL: Anche il resto del tour è andato molto bene. A Nottingham, siamo piaciuti a Barry Middleton, un produttore, e a Dave Kingsbury, che scrive su alcune testate di settore, tramite loro abbiamo creato il contatto con Mike Hellier, titolare di Movinmusic, l’agenzia che sarebbe diventata la nostra. Un’agenzia gestita da musicisti (Mike e la sua batteria hanno accompagnato Sherman Robertson in tutta Europa, Italia compresa), di cui siamo orgogliosi di far parte. Dopo i concerti ci siam sentiti ripetere spesso che non si sarebbero mai aspettati di sentire del blues così da una band del nostro paese. Non per pregiudizi, semplicemente nessuno aveva mai saputo di una scena blues italiana.
ML: Anche i testi sono tutti nostri, non puoi arrivare a Londra con “Sweet Home Chicago”!
FL: Era uno dei nostri obbiettivi: avere arrangiamenti, testi, musiche nostre, che si ispirassero alla tradizione e la rispettassero, ma che venissero interamente da noi. Nei limiti di quanto si possa essere personali nell’interpretare il blues. Ha funzionato, piace e noi continuiamo. [ride]
ML: A volte ci sono persone che vengono a sentirti e la sera dopo già sanno i testi.
FL: Questo mi ha fatto molto piacere. Anche in occasione dell’ultimo tour abbiamo fatto un giro nei club che gravitano intorno al Maryport Blues Festival, il più importante nel Lake District del Nord Ovest, dove gli headliners erano Van Morrison, Eric Bibb e Gary Moore… abbiamo trovato una professionalità, un palco, un piacere incredibile! Sherry Williams ha fatto un concerto strepitoso, e James Hunter lo stesso. Nei clubs siamo conosciuti, ci accolgono sempre in modo amichevole ormai, e avevamo un paio di canzoni nuove, mai registrate. Una è “Every morning” una specie di “Delta Gospel” (adoro inventare i termini!) e un gruppetto di persone che era lì ha cominciato a cantare con noi: l’avevano già imparata la sera prima in qualche posto lì vicino! È stato molto emozionante.
Ma, oltre all’Inghilterra, siamo appena stati in Olanda, in Belgio, in Polonia -dove c’è un pubblico caldissimo-, l’anno scorso in Ungheria ci hanno riservato un’accoglienza incredibile… e poi Francia, Svizzera, Germania, Malta: abbiamo girato tanto, ed è stato bello dal punto di vista dell’esperienza umana. Molti bluesmen sostengono che la musica abbia il potere di annientare tutte le barriere, i confini, i pregiudizi razziali. La musica unisce, ed è vero.
ML: Nell’ultimo festival in Olanda a emozionarmi è stato vedere tutto il pubblico in piedi appena annunciato il nostro nome!
FL: Sì. Abbiamo suonato come headliner in un festival vicino a L’Aia, un posto dal nome impronunciabile, avevamo lì tanti di quelli che consideriamo ormai i nostri amici e in totale c’erano 700 persone. In Olanda. Paganti, poi! [ride]
MB: Nel 1969 uscì “Fleetwood Mac in Chicago – Blues Jam at Chess” e si sa che la band faticò non poco a farsi prender sul serio da Otis Spann, Willie Dixon e gli altri “veri” bluesman locali… ci volle la chitarra di Peter Green per conquistarli. Stiamo parlando di anni difficili dal punto di vista delle tensioni razziali e ora certo i tempi sono cambiati… tu hai suonato con Louisiana Red, personaggio che ben rappresenta la generazione dei veterani del blues: com’è andata?
ML: Con Louisiana Red non ho suonato per molto tempo, ma è stata una grande esperienza. È un tipo sanguigno, genuino, di quelli che non sai mai quando cambierà accordo e che se vuoi stargli dietro devi veramente tirar fuori le palle. Una cosa che ricordo bene di lui è che alla fine, con la scusa che gli piaceva la mia chitarra, la prendeva e non la lasciava andare più. È successo spesso, anche in Polonia.
FL: Aveva una Fender Esprit, quella che oggi è conosciuta come modello Robben Ford.
ML: Era poi tipo una Les Paul, niente di incredibile… non è che voglia vantarmi, ma è chi la suona a far la differenza! [ride]
ML: Lì in Polonia, nel 2003, eravamo in questo palazzetto dello sport di Bialystok, vicinissimo al confine con la Bielorussia, poi ci siamo trasferiti in un locale da circa 500 persone per l’after festival party. Alle 2 e passa del mattino abbiamo aperto la jam. C’erano due chitarristi che non ne volevan sapere di mollare la chitarra di Marco! Erano gli headliner del festival, là molto conosciuti. A vederli ricordavano i Nomadi nell’aspetto, ma sono una sorta di Allman Brothers Band polacca, una rock blues jam band con un suono fantastico, stile americano anni ‘70, bellissimi arrangiamenti e testi in polacco. Non fanno propriamente blues, ma li invitano spesso perché tirano un sacco di gente. Dzem, così si chiamano.
ML: Citavi Peter Green, e per me è stato una rivelazione. Suonava in quel modo conosciuto come “controfase”, coi pick up collegati diversamente, che mi aveva colpito davvero. E il suo fraseggio, poi, lo avvicinava più di ogni altro a B.B. King. I miei primi dischi sono stati il “Live at the Regent” di King e “So many Roads” di Otis Rush. Un aneddoto curioso al riguardo è che per comprarli andai da Carù. Ero un ragazzino allora, ascoltavo una trasmissione di Radio Super Varese con un pezzo di Mike Bloomfield come sigla e dedicarono una puntata a questo disco di Rush che ancora oggi considero pazzesco. Lui lo trovai dentro al negozio chiuso, gli chiesi i due dischi e in risposta mi squadrò perplesso. Puoi immaginare, all’epoca ero 46 chili… Mi chiese se ero sicuro di quel che volevo, e si divertì tanto che decise di vendermi la sua copia.
Mike Bloomfield l’ho seguito molto, poi. È tuttora uno dei miei preferiti. Quando mi dicevano che il mio stile ricordava quello di Robben Ford, poi ho capito il perché: è da Bloomfield che ha preso tutto quanto.
FL: Per la questione legata ai pregiudizi, dipende molto dalle persone, forse. Credo che riuscire a perdonare sia una gran cosa, e molti lo hanno fatto. Red è famoso per la sua umiltà, per il suo entusiasmo.
ML: Un altro gran bravo tipo con cui abbiamo suonato è James Thompson. Ha collaborato con Zucchero, gli Stadio, Paolo Conte e tanti altri. Era un pezzo di pane, grande voglia di andare in giro, di stare insieme.
MB: Queste sono caratteristiche frequenti nei musicisti americani, da noi sembrano stare un po’ più sulle loro.
ML: Sì, loro si divertono molto. Quando arrivavamo in un posto James come prima cosa tirava fuori il sax, si metteva davanti a uno specchio, un vetro o qualunque cosa in cui potesse vedersi, e attaccava a suonare. Solo per il proprio piacere.
MB: Franco, so che sei stato contattato da Robert Palmer per suonare nel suo ultimo disco, “Drive”. E so che è proprio te che voleva. Com’è andata?
FL: È andata alla grande! Una rockstar che ha venduto più di 20 milioni di dischi, ma posso dirti che era un vero e proprio gentleman. Amava molto la propria privacy, aveva ristrutturato un vecchio mulino nelle colline sopra Lugano, dove viveva con la seconda moglie e una figlia.
Gli era venuta voglia di incidere un disco blues, alla sua maniera e per puro divertimento. Ci lavorava nella sala che aveva allestito nel seminterrato, altre cose le faceva a Milano, gli serviva un’armonica e quelli dello studio gli fecero il mio nome. A chiamarmi fu Mauro Spina, un grandissimo batterista che, tra gli altri, lavorò con Bennato e varie band rock blues che in Svizzera accompagnarono Rory Gallagher. Era mattina, e questo mi dice che ha bisogno della mia armonica per Robert Palmer. Pensavo fosse un sogno. “Bene!”, ho risposto. E Mauro: “Ma non vuoi sapere dove e quando?”, ero talmente preso che mi ero dimenticato di tutto il resto! Quando poi entrai nello studio avevo un giubbetto di pelle e la maglietta di Billie Holiday, lui rimase a guardarmi e mi accolse con un “Sai che hai addosso la mia cantante preferita?”
Ascoltammo i pezzi e il primo era “Keep it to Yourself” di Sonny Boy, che riconobbi dal riff, il secondo era “29 ways” di Willie Dixon e azzeccai subito anche quello, poi il terzo e così via e… scoppiò a ridere: “Tu sei un’enciclopedia del blues!” disse. Il tecnico, Pino Pischetola, ha fatto un grandissimo lavoro: nonostante fosse più a proprio agio nel mondo della musica leggera capì al volo ciò che Robert voleva e se la cavò egregiamente. Lui è anche un produttore, successivamente abbiamo avuto modo di collaborare ancora per un disco di Adriano Celentano. Quanto a noi, eravamo tutti in sala a saltellare! Robert era un tipo così, uno che quando si riascoltava ci cantava sopra, gesticolava, ballava: un entusiasta, insomma! Inizialmente era prevista solo una session, ma la Universal acquistò il progetto e così ne servirono altre due per completare il disco. Avremmo poi dovuto presentarlo in Inghilterra con un tour che sarebbe proseguito nelle House of Blues statunitensi, ma purtroppo Robert ci lasciò prima. È un’esperienza che rimane nel mio cuore e mi ha dato molto, proprio grazie a Robert e alla sua grande umanità.
In “Drive” hai un armonicista e un batterista italiani, Karl Carlton che è un noto chitarrista tedesco e suona con Udo Lindenberg, una rockstar del suo paese. L’equivalente del nostro Zucchero, per capirci. Al piano c’era un personaggio fortissimo che si faceva chiamare Doctor Gabs, un nero del Congo Belga stanziato in Svizzera. Robert l’aveva conosciuto in un piano bar di Basilea. Era lì con un ingaggio di una settimana e il suo repertorio swing – boogie woogie, Robert andò da lui e gli disse: “Questo è il suono che voglio per Drive”.
Poi c’era suo figlio James Palmer alle percussioni, sua moglie Mary ai cori, Pino che contribuì con la tastiera… un progetto internazionale, insomma. L’ultima session finì in un party, con Mary a preparare margaritas per tutti. Era andata a comprare frullatore e tequila mentre noi eravamo impegnati col mixing.
MB: Cosa mi dite della scena blues in Italia? Da un lato abbiamo un proliferare di festival di piccole e medie dimensioni in cui la qualità delle proposte o dell’organizzazione non è sempre all’altezza delle aspettative… dall’altro, il numero di clubs “specializzati” sembra ridursi di anno in anno.
FL: Dico che la risposta l’hai già data nella domanda! (ride) E che è esattamente ciò che penso io. Abbiamo un gran numero di festival estivi, a fronte di una scena piuttosto scarsa.
ML: Tutti sono così entusiasti di questo genere, e se sei famoso sembra che faccia “figo” dire che hai una matrice blues… ma chi fa blues sul serio non viene praticamente considerato.
FL: Ora abbiamo un nuovo progetto in ballo: i Limido Bros, dove proponiamo musica elettro-acustica in duo. L’idea ci venne qualche anno fa, ora abbiamo deciso di provarci sul serio e posso dirti che, nonostante sia difficile proporsi in questa versione più roots, ci hanno fatto un po’ di richieste senza che nemmeno le cercassimo. Sto parlando di bar, piccoli club, posti dove puoi portare la famiglia, se vuoi, e passare del buon tempo tra amici. Per questo dico che qualcosa mi sfugge, manca qualche anello di congiunzione.
ML: E manca anche un po’ di cultura, secondo me. Metti lì uno in prima serata alla televisione che ti presenta il blues, io dico che dopo una settimana sono tutti appassionati.
MB: L’America è il punto di riferimento di ogni amante del blues eppure anche lì, paradossalmente, molti di quelli che sono riconosciuti come maestri indiscussi del genere faticano ad arrivare a fine mese.
FL: È così, anche i personaggi conosciuti hanno vita dura. Ci sono stato e per quello che ho visto posso dire che l’America è grande, in certe zone la situazione è migliore rispetto ad altre, ma il blues non è più una musica mainstream, lo è stata 50 anni fa. È lì che è nato, lì sono le sue radici e se si vuole davvero capirlo, quello è il posto dove andare. Chicago, per esempio, è sempre Chicago. Andammo nel 2000, con Marco, e ci piacque molto. Incontrammo Buddy Guy nel suo locale, il Buddy Guy’s Legend… era pienissimo e anche i concerti andarono bene. Oggi rappresenta la città del blues innovativo, si sperimentano cose moderne. Il blues “alla vecchia”, più tradizionale, ora è proposto perlopiù da musicisti bianchi, in California, col West Coast Blues che si rifà agli stili degli anni ’40 e ’50. Anche i figli d’arte, come Ronnie Baker Brooks, Shemekia Copeland, Bernard Allison e tanti altri cercano di aggiungere qualcosa di originale alla tradizione portata avanti dai loro padri. Abbiamo avuto l’onore di aprire tutto un tour di Ronnie Baker Brooks in Polonia nel 2002, e di rincontrarlo in Italia due anni fa… quando decide di prendersi una pausa dal suo set più moderno per rispolverare i classici, ti fa venire la pelle d’oca.
ML: Ronnie è una persona squisita. Noi eravamo già lì da un paio di giorni, lui e la sua band arrivarono al pomeriggio, però vennero a sentirci nonostante il jet lag, semplicemente perché ci tenevano. Lo invitammo a salire sul palco, ma ascoltare gli bastava. Solo quando sentì “Big Boss Man”, che è di Jimmy Reed ma in non so quale versione suo padre ci mise la ritmica, fu lui a chiederci, molto cordialmente di potersi unire a noi. Gli consegnai la chitarra e andai a sedermi.
FL: Ricordo che disse una cosa al pubblico “Forse non capite tutto ciò che dico, ma sono sicuro che potete sentirmi!”.
MB: Franco, so che hai passato molto tempo a New Orleans col tuo illustre collega nonché grande amico Andy J. Forest. Cosa mi dici di quell’esperienza? Stiamo parlando della città che dovrebbe essere il Paradiso dei musicisti. E, più in generale, cosa pensi della scena statunitense?
FL: New Orleans è la città che conosco meglio, grazie all’amicizia del mio idolo Andy J. Forest. Ho due amici, Mary Roby e Pete “The Blewzzman” Lauro, che gestiscono un sito, mary4music.com, dove scrivono recensioni e altro, lei da Baltimora e lui dalla Florida. Gente del blues, insomma… nel 2001 andai a trovarli tutti e due, col Greyhound, per puntare poi verso New Orleans. Mi fermai un paio di settimane, mangiando chicken wings e partecipando a un’infinità di jam con Andy e Billy Gregory, il suo chitarrista, giusto per assaporare il caleidoscopio di suoni, colori, stranezze e misteri che è quella città.
Dire che è un Paradiso… non lo so. Per un certo tipo di musica senz’altro… cajun o zydeco, per esempio. Quello che amo di New Orleans è il lato voodoo, quello dello swamp e i suoni più dark alla Screamin’ Jay Hawkins o Dr. John. È quello che sembra venire direttamente dal Mississippi e dai Bayou a intrigarmi. Anche nel Delta blues di Muddy Waters c’è quell’atmosfera. È questo a piacermi nel blues: il fondersi dei suoni roots, in cui senti l’afro e il voodoo, alla spiritualità gospel. È un pò quello che stiamo riscoprendo nell’esperienza in duo di cui si parlava prima.
Una grande differenza che ho notato, rispetto all’Europa, è che là la gente balla il blues. O meglio, lo ascolta con il corpo.
ML: Cooper, per convincere la gente a ballare, ogni tanto saltava su con un “Ma cosa avete? Paura che domani il vostro vicino vi chieda se avete ballato al concerto del negro?”. A Bergamo una volta si presentò sul palco col coso per pulire i vetri, dicendo: “Ragazzi, so che qui siamo nella terra della Lega, ma giuro che appena finito il concerto me ne torno a casa!”. [ride]
FL: Diciamo che se l’America rimane la patria del blues, in Europa c’è più mercato, per loro stessa ammissione. Anche là ci sono i concerti, ma chi riesce a venire da noi spesso lavora meglio, con buoni ingaggi in teatri o centri culturali. A New Orleans, per bravi che siano, molti restano bloccati nel circuito dei locali.
Penso che il blues sia comunque la musica più suonata nel mondo. In tutti questi anni ho scambiato contatti via internet con musicisti della Nuova Zelanda, Singapore, Islanda e Sud Africa. Per nostra esperienza diretta possiamo dire che in Polonia, Ungheria e Slovenia c’è molto entusiasmo, forse dovuto alla repressione degli anni passati. In generale la vedo positiva, la scena blues c’è e ci sarà sempre. In fondo tutta la musica parte da lì. E anche nelle mode è sempre presente una voglia di riscoprire il passato, fa parte del ciclo di evoluzione dell’uomo, penso.
Poi, questa è la nostra strada, ci piace e ci rende felici. Non è facile, ma si ha tanto blues dentro. Voglio dire: sei italiano, della bassa Padania in provincia di Milano, fai il bluesman… già parti in una situazione blues, no? [ride]
MB: Lo stile chitarristico di Marco è assolutamente unico. Raffinato, mai scontato, pulito, nell’insieme è un qualcosa di tutto tuo, sempre riconoscibile. Ti va di parlarne?
ML: È un bel complimento, sono in diversi a farmelo e ogni volta mi dà i brividi. Ma devi sapere che io non amo molto i chitarristi, il mio fraseggio viene da sassofonisti o armonicisti. È questo a fare la differenza. Posso ascoltare Johnny Winter o Stevie Ray Vaughan e sono anche tra i miei preferiti, ma non mi sentirai mai suonare così o a licks. Forse l’unico al quale mi rifaccio un po’ è B.B. King, ma tutti i miei assoli sono presi da Lester Young o Ben Webster.
Ci sono molti chitarristi bravi, per due minuti mi piacciono anche, ma mi basta sentire il soundcheck per capire se posso pure tornarmene a casa. Vado molto a istinto e il mio principio è quello di rispettare sempre il sound degli altri. Mai sovrastare, salire solo quando è il momento. Suonare col gruppo, ecco, invece di farlo da solo. Questo è il segreto.
FL: Ha uno stile suo, è Marco Limido. Tanta gente adesso ripropone fino alla nausea Stevie Ray Vaughan, che è un “guitar hero”… ma per quanto tu possa suonarlo non sarai mai come lui. Anche pensando ai grandi maestri, parliamo di gente che si è trovata uno stile proprio.
MB: Quelli che si profilano all’orizzonte saranno mesi piuttosto intensi per voi. So che state preparandovi per il nuovo album e a seguirvi in studio sarà nientemeno che Gene Taylor… e poi c’è il tour sempre in sua compagnia.
FL: Sì, torneremo ad aprile in Olanda e Belgio, il 4, 5 e 6; il 7 passiamo la Manica per un giro nei clubs e un importante Festival in un castello nel nord del Galles… abbiamo partecipato un paio di anni fa e siamo stati invitati anche all’edizione 2008. Nel frattempo abbiamo anche questa prima collaborazione con Gene Taylor, un pianista di fama internazionale che tra gli altri militò nei Blasters, nei Fabulous Thunderbirds e nei Canned Heat degli albori.
A novembre l’ho visto in Olanda, partecipava insieme a James Harman e gli Imperial Crowns a un Festival, io ho avuto modo di prender parte a una jam session con lui… al suo manager sono piaciuto e mi ha proposto una collaborazione. Gene ormai passa la maggior parte dell’anno in Belgio e vorrebbe riprendere a suonare il blues e il boogie-woogie come faceva agli inizi. Abbiamo ora in programma alcune date con lui e approfondiremo il discorso riguardo la possibilità di collaborazioni future. In autunno vorremmo averlo in sala di registrazione per il disco che stiamo preparando, certamente. Saranno tutti brani originali con una connotazione marcatamente roots. Ora attendiamo il rientro della nostra batterista, Stefania Avenali, che tra circa un mese avrà un bambino e, nel frattempo, alla batteria abbiamo Gigi Biolcati, che era con noi nel “Live in Nottingham”. Sempre in squadra c’è mia moglie Leila. Lei si occupa di tutta la parte grafica web e non, cura le pubbliche relazioni con i contatti in lingua tedesca, è il nostro supervisor e mi aiuta molto con le idee. Oltre a sopportarmi… [ride]
Siamo pronti a tornare sulla strada, quindi, spero la percorreremo fin dove c’è gente che ama questa musica, in modo da poterne condividere le sensazioni, e anche gente che di questa musica non sa nulla, con cui potremo vivere qualcosa di nuovo. Grazie della lunga e piacevole chiacchierata, a presto e… salute!
MB: Grazie a voi, prosit!







