ONE FOR THE ROAD > Una prefazione di Jack Hirschman

Una prefazione di Jack Hirschman

Hirschman-&-Massimo-Baraldi.jpg

Nel closet drama (dramma da salotto) gli attori recitano le proprie battute come se sul palco non ci fosse nessun altro. Recitano, cioè, per l’amore del linguaggio in sé e solo incidentalmente perché qualcosa accada.
Tutte le ‘relazioni’ nel dramma sono determinate nell’isolamento della drammaticità — auspicabilmente poetica — all’interno delle espressioni di ciascuno degli attori perché, piuttosto di rivolgersi l’un l’altro parole al fine di proseguire un’azione, gli attori richiedono un ‘salto’ da parte del pubblico, il quale deve effettivamente inventarsi le azioni che le parole sottendono soltanto. Ci si rende subito conto di trovarsi di fronte ad un’opera modellata in forma di monologo, dove l’intenzionale isolamento dei personaggi è parte dell’intrinseco messaggio di alienazione.

One for the road di Massimo Baraldi è un monologo in 19 ‘Giri’ o ‘Svolte’. Preferisco la prima definizione perché un ‘Giro’ in Americano è sia un riferimento alla canzone Inglese cantata da una quantità di voci, che ai bicchieri che uno può offrire a persone ad un tavolo o al bancone del Bar, cioè (al Barista): «Facciamo un giro di birra (o vino)». Ovviamente il titolo del lavoro di Baraldi intende evocare un’ultima bevuta prima dell’abbandono di una scena, ma con questo scrittore — che nel presente lavoro utilizza un’ampia gamma di strategie tragicomiche — c’è un’ironia fin dalla partenza. ‘One for the road’ è un’espressione popolare per un’ultima bevuta. Ma One inteso come una persona for the road è anche metafora del reale svolgimento di questo ampio esperimento in forma di monologo, che si snoda, si trasforma e galoppa attraverso un paesaggio nel quale si inventano le forme e le figure che popolano i terreni della sua sensibilità senza mai esser certo che essi o egli stesso davvero esistano.
E che terreni! Baraldi è uno di quei poeti della prosodia che sono stati sciolti dagli ormeggi della tradizionale scrittura europea per mezzo di un’appassionata e persino ossessiva consapevolezza della cultura popolare americana. La cultura dei fumetti, specialmente. Quei ‘Giri’ o ‘Svolte’ nel titolo potrebbero benissimo anche essere Inquadrature e tutte le 19 parti di questo lavoro il tratto illustrativo della penna di una gigantesca striscia a fumetti che, frutto della mente in uno stato di follia, sviluppa la problematica in merito a cosa realmente c’è o non c’è Là (esiste).

Baraldi, nel suo lavoro, dona nuova vita a nomi di personaggi dei fumetti. La ragazza dei sogni è Silver (il nome del cavallo del Cavaliere Solitario), e c’è il J. Wellington Wimpy reso celebre da Popeye, e persino un selvaggio e strambo linguaggio inventato e derivato dal dialetto di Modena, l’area in cui è cresciuto.
Tutto ciò è parte di un canovaccio all’interno del quale l’umana solitudine è concepita come un inventore sovraccarico di quelle grandi domande esistenziali, tipo: Ho viaggiato così a lungo, perché non mi sono mosso? O: Tutte le creature e cose che ho nominato esistono davvero, oppure davvero io sono una farfalla e questo il mio sogno?

Ma l’arsenale di Baraldi contiene le armi per almeno alcune risposte ai problemi che l’alienazione umana ci impone. Egli è brillante nell’utilizzo della tecnica della narrazione auto-cosciente. Questo è un effetto — che nel mondo inglese torna indietro all’era elisabettiana ed è praticato con grande eleganza da Lawrence Sterne in Tristram Shandy fino a James Joyce in Finnegans Wake — nel quale, immerso nella più profonda osservazione, un autore cambia marcia facendo riferimento al reale lavoro che sta creando e, dalla boccata di comicità risultante, crea un doppio effetto di profondità e leggerezza.
Sebbene sia uno scrittore relativamente giovane, Massimo Baraldi possiede già i mezzi necessari per affrontare le possibilità tragicomiche relative al genere conosciuto come monologo.
E in un mondo e tempo e momento come quello che noi tutti stiamo vivendo in questi giorni, cosa con cosa è ormai soggettivismo vecchio stile essendo stato atomizzato dalla Bomba, sbriciolato dall’identità con le cose che consumiamo, e ‘inquadrati’ sia in senso politico sia tecnologico, così che le nostra fondamenta sono l’infondatezza e le nostre anime un abisso, abbiamo bisogno di simili nuove voci, generazionali e generanti che possono sfidare il vuoto e in modo auspicabile mostrarci, così come Baraldi fa, il modo per cadere all’insù.

Jack Hirschman
Yorkshire, England
2005