mag 26 2008
BEATRICE ANTOLINI: l’intervista
Quando si parla di un artista capita sovente di esser colti da una sorta di frenesia associativa: s’indagano paralleli, sospettano influenze, ostentano convergenze e conoscenze. Mica lo si fa per cattiveria… è una questione compulsiva, un raptus etichettatorio. Ma se l’artista è Beatrice Antolini, tentare il giochetto sarebbe tempo perso: parlando di lei, l’unico nome al quale ci si dovrebbe riferire è Beatrice Antolini. In una scena musicale omologata e omologante come quella nostrana, Beatrice è riuscita a ritagliarsi uno spazio in cui evocare un mondo magico, stralunato e surreale dove, per esser certa che non ci siano intoppi, i brani li scrive, li arrangia e li suona da sé.
Nelle sue composizioni la psichedelia di Syd Barrett, il blues, il jazz, il punk e il pop non sono che elementi di un personalissimo universo sonoro che lei instancabilmente modella, compone e scompone con la naturalezza di chi, metabolizzato quel che c’era da metabolizzare, guarda fisso avanti e se ne va per la propria strada.
In autunno uscirà il suo nuovo disco e, nell’attesa, la giovane musicista maceratese ha partecipato a Musica in Collina, la rassegna comasca curata da Giulio Bianchi. Dopo il concerto all’Auditorium di Guanzate si è trattenuta con me per quattro chiacchiere nella sala ormai deserta e… che dire, è stato un piacere!











