Se il libro vende lo scrittore campa, se il libro non vende lo scrittore crepa: pur non applicabile agli editori, che di stenti non muoiono quasi mai, trattasi di un’equazione semplicissima e dimostrabile oggi come nel 1955, anno in cui Louis-Ferdinand Céline ci consegna i suoi “Colloqui con il professor Y“.
Pur acclamato in un recente passato come il più grande scrittore di Francia, il dopoguerra trova Céline isolato, abbandonato a sé stesso e ignorato. E Gallimard, il suo editore, gli fa notare che, d’altra parte, lui mica è uno che sta al gioco. Se l’è cercata, insomma.
Stare al gioco. Al Louis-Ferdinand mica serve molto per capire cosa significhi, che lui è uno acculturato. Il valore di un autore non è dato dalla qualità dei suoi scritti, piuttosto dalla proiezione dello stesso utilizzata dai media per intortare il pubblico… e se quelli non ti si filano, sei bell’e che fregato. La priorità è quindi entrare in squadra, apparire, disquisire, dir la propria sempre e ovunque, a proposito o a sproposito. Insomma, è tempo per lui di trovarsi un posticino sul Grande Carrozzone degli aspiranti al Goncourt.
Da dove cominciare? La televisione? Col grugnone che si ritrova, manco a pensarci. La radio? Ci vuol la voce. La stampa? Ancora ancora, sui giornali potrebbe farci la sua porca figura… e allora, in assenza di alternative, ecco la soluzione: una bella intervista, che di certo rassicurerebbe l’editore circa la sua buona volontà! Tutto ciò di cui abbisogna è qualcuno che gliela faccia.
Scelto il più ostile e sornione tra i candidati, resosi disponibile solo a patto che l’incontro avvenga in un luogo pubblico e gli sia garantito l’anonimato – che ad accostare il proprio nome a quello del più impestato tra gli appestati non ci tiene affatto -, ecco i “Colloqui”: un’intervista immaginaria lunga un libro, in cui Céline dà libero sfogo alle proprie riflessioni sul grande bluff dell’arte e della cultura, al disprezzo per i colleghi capaci solo di scrivere “allamanieradì“, impostori asserragliati in circoli letterari a copiarsi i compitini e farsi servizietti a vicenda.
L’appuntamento avviene all’interno di un giardinetto pubblico e già dalle prime battute il malcapitato professor Y si ritrova esposto al fuoco linguistico di Céline, inchiodato alla panchina dalla speranza che il proprio sacrificio induca Gaston Gallimard a rivalutare un vecchio manoscritto speditogli a suo tempo. Colta la debolezza, per nulla impietosito e deciso a sfruttare come si deve la propria occasione, Céline approfitterà del vantaggio per sferzare con impeto crescente il poveretto sino a vederlo pendere dalle sue labbra schiacciato e prostrato dalla follia… solo allora mollerà il colpo e lo lascerà libero di lanciarsi a capofitto verso un gran finale degno dei migliori Stan Laurel e Oliver Hardy.
Un testo spassoso, in cui Céline, che al cinema ha rubato tutti i trucchi e che nelle proprie pagine ha saputo ricreare l’emozione della lingua parlata, elenca al lettore tutte le ragioni per cui meriterebbe di esser stimato e rivalutato.
Colloqui con il professor Y, Louis-Ferdinand CÉLINE, Einaudi >Ordina da IBS Italia