apr 08 2010
feb 25 2010
JAMES HARMAN, la FAMILY STYLE BAND e il tour italiano 2010
MB: Ciao James, sono Massimo Baraldi.
JH: Hey, che succede dalle tue parti?
MB: Si dice che tu sia diretto in Italia…
JH: Be’, non immediatamente, ma presto… verso la fine di maggio, penso. Devo fare le mie cose in Finlandia, Svezia, Danimarca e Norvegia prima di tornare in Italia.
MB: Ad Atlanta GA un paio di gentiluomini che rispondono al nome di Danny “Mudcat” Dudeck e Lil’ Joe Burton assicurano che ci divertiremo un sacco.
JH: Oh, sì… quei due ce l’han messa tutta al Congressional Blues Festival di Washington DC!!! Sissignore… “Little Joe from Chicago”, wow, che trombonista… ci siamo divertiti un sacco. Spero avremo modo di rifarlo. Con loro c’era il mio vecchio compare Ardle Dean alla batteria, incontrarlo è sempre una festa.
MB: Qui da noi te ne andrai in giro coi Family Style dei fratelli Marco e Franco Limido, due tra i migliori musicisti blues reperibili a queste latitudini…
JH: E io non vedo l’ora… spaccheremo tutto e rimetteremo ogni cosa al suo posto sino a che l’Inferno ne avrà abbastanza. Loro hanno lavorato spesso col mio vecchio socio Gene Taylor, ho già sentito parlare di quei teppisti… mi farò trovare pronto.
MB: Il nome di James Harman è strettamente legato a quelli di John Lee Hooker e Muddy Waters o di John Mayall e Mick Taylor, giusto per citarne qualcuno… mi auguro che a maggio potremo sederci per una vera chiacchierata. Mi piacerebbe ascoltare le tue storie.
JH: Sì, in 48 anni di musica penso di aver visto alcune cose che val la pena ricordare, cercherò di ripescarne qualcuna che possa essere raccontata… vengo per divertirmi, non per creare imbarazzi.
MB: Ok. Ci vediamo a maggio, allora.
JH: E maggio sarà, Daddy-0 e anch’io ti cercherò.
feb 21 2010
JAMES HARMAN, the FAMILY STYLE BAND and the Italian Tour 2010
MB: Hi James, this is Massimo Baraldi calling.
JH: Hey now, how’s it goin’ on your end?
MB: The grapevine says you’re Italy bound…
JH: Well, not right away, but soon… late May I think. First I must go do my work in Finland, Sweden, Denmark and Norway before I get back to Italy.
MB: A couple of gentlemen from Atlanta GA going by the name of Danny “Mudcat” Dudeck & Lil’ Joe Burton claim we’re gonna have a ball.
JH: Oh yeah… cool, those cats were wailin’ at that Congressional Blues Festival in Washington DC!!! Yes Sir… “Little Joe from Chicago”, wow what a trombone player… we really had a thang goin’ on. I sure hope I get to do that one again. They had my old buddy Ardle Dean playin’ drums and that’s always a blast.
MB: Down here you’ll be touring with Family Style of brothers Marco and Franco Limido, two of the finest blues musicians at our latitudes…
JH: And I’m sure lookin’ forward to that… we’re going to break-it on down and tear it on back up, ‘till Hell won’t have it. They’ve worked with my old pal Gene Taylor several times, so I’ve already heard about those bad boys… I’m gonna be ready for that part of the tour.
MB: James Harman’s name is solidly tied to the ones of John Lee Hooker and Muddy Waters as well as John Mayall or Mick Taylor, just to mention a few… I hope we’ll sit down for a real chat in May. I’d love to listen to your stories.
JH: Yes, after 48 years in the music business I suppose I’ve seen a few things worth remembering, so I’ll try to recall some good ones, that can be repeated then… I’m coming to have some fun, not embarrass anybody.
MB: Ok. I’ll see you in May, then.
JH: Then May it shall be, Daddy-0 and I’ll be watchin’ for you as well.
dic 18 2009
I FAMILY STYLE dei fratelli Limido e il concerto di Natale in Live Streaming
Quella del concerto natalizio è una tradizione alla quale i Family Style Marco e Franco Limido ci hanno abituati da tempo, ma quest’anno c’è una grande novità: verrà trasmesso in diretta sul web e quindi per la prima volta potranno essere presenti tutti i loro amici, per lontani o pigri che siano.
Se ti va di farti un sano brindisi in compagnia dei loro blues non devi far altro che collegarti qui stasera dalle 22:00 in poi. O, in caso tu non rientrassi in nessuna delle due categorie di cui sopra, sappi che li troverai al Trocadero di Arluno -MI-.
E visto che siamo in clima natalizio, sappi pure che sul loro sito è possibile scaricare gratuitamente il loro Live in Nottingham. Facci un salto e spulciati intorno, vale la pena.
dic 06 2009
[The BEATLES] Love

THE BEATLES, Love
Se mi avessero detto che un giorno avrei comprato un disco dei Beatles, non ci avrei creduto. Non per altro, ma li ho già praticamente tutti, li so a memoria e, come se non bastasse, ho sempre preferito i Rolling Stones.
Ma la vita è strana, c’è ben poco su cui poter scommettere: non solo l’ho fatto, ma non riesco a smettere di ascoltarlo. Sto parlando di “Love”, una follia di 84 minuti in cui è condensato tutto il condensabile della loro produzione discografica, una sorta di Bignami psichedelico dei Fab Four.
Sotto la supervisione di Paul McCartney, Ringo Starr, Yoko Ono e Olivia Harrison, George e Giles Martin si sono impegnati a produrre la colonna sonora per l’omonimo spettacolo del Cirque du Soleil garantendo alla Apple che sarebbe stato utilizzato solo e soltanto materiale proveniente dai master delle incisioni originali. E, fatta eccezione per l’inserto d’archi in “While My Guitar Gently Weeps”, hanno mantenuto la promessa.
E così, ecco qua Love: 26 brani ottenuti rimixando le tracce originali di una cosa come 130 canzoni. Giusto per capirci, in “Get Back” trovi il riff di apertura di “A Hard Day’s Night”, l’assolo di batteria di “The End” – l’unico mai registrato da Ringo Starr – e le percussioni di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, il tutto servito ben caldo e condito con gli inserti orchestrali di “A Day in the Life”. Un gioiellino, insomma, dove ogni istante di ascolto equivale a uno di meraviglia.
Ora, se pensi di fare il furbo e comprare la versione in dvd, sappi che di vederti lo spettacolo comodamente spaparanzato in poltrona in compagnia delle tue pantofole puoi pure scordartelo: ci troverai giusto qualche contenuto multimediale e una manciata di minuti di musica in più. Però una sbirciatina su youTube puoi darla, questo sì.
Love, THE BEATLES >Ordina da IBS Italia
Tracklist
- Because
- Get Back
- Glass Onion
- Eleanor Rigby – Julia
- I am the Walrus
- I Want to Hold Your Hand
- Drive My Car – The Word – What You’re Doing
- Gnik Nus
- Something – Blue Jay Way
- Being for the Benefit of Mr. Kite! – I Want You (She’s So Heavy) – Helter Skelter
- Help!
- Blackbird – Yesterday
- Strawberry Fields Forever
- Within You Without You – Tomorrow Never Knows
- Lucy in the Sky with Diamonds
- Octopus’s Garden
- Lady Madonna
- Here Comes the Sun – The Inner Light
- Come Together – Dear Prudence – Cry Baby Cry
- Revolution
- Back in the U.S.S.R.
- While My Guitar Gently Weeps
- A Day in the Life
- Hey Jude
- Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise)
- All You Need Is Love
nov 19 2009
Istantanee da una vita in blues: l’intervista a LIL’ JOE BURTON è online!
La vita può essere dura per tutti, ma se nasci in uno dei quartieri popolari di Chicago può diventarlo particolarmente. Da quelle parti possedere un’arma e saperla usare può davvero fare la differenza, benché quando la variabile sei tu e hai gangs, droga e polizia come costanti, il risultato dell’equazione sia perlopiù abbastanza scontato.
Nel caso di Joseph Burton, classe 1952 e noto ai più come Lil’ Joe from Chicago, le cose andarono diversamente: fu un trombone a salvargli la pelle e tirarlo fuori da lì. Ancora bambino aderì a un programma sperimentale di formazione musicale e di lì a poco si ritrovò con un vero lavoro per le mani. «Non ringrazierò mai abbastanza il Signore per avermi insegnato a essere un brav’uomo attraverso la buona musica» è una frase che Lil’ Joe ama ripetere. Certo, la madre sognava per lui un futuro da pediatra… ma, se è vero che la musica è una cura per lo spirito, ha comunque motivo di esserne orgogliosa.
Tre albums con Junior Wells, cinque con B. B. King e poi una serie infinita di collaborazioni che spaziano dai Carpenters ai Platters, da Bobby Womack a Joe Tex e Otis Clay, da George Burns a Tony Bennett: Lil’ Joe è stato uno dei musicisti più richiesti della scena blues, soul e rhythm & blues del suo tempo, praticamente una piccola leggenda. Stabilitosi ormai da qualche anno ad Atlanta, è entrato a far parte della Music Maker Relief Foundation di Tim Duffy, organizzazione che fa del proprio meglio per promuovere, supportare e provvedere ai bisogni dei pionieri del blues che vivono in condizioni di disagio.
Versatile ed eclettico, dal 2003 ha messo il proprio talento a disposizione di Danny “Mudcat” Dudeck, uno dei bluesmen più rappresentativi della scena locale e, in occasione del loro tour italiano, lo incontro proprio in sua compagnia,.
Lil’ Joe mi accoglie con un bel sorriso stampato tra gli occhi scintillanti, e posso dire che quando te lo trovi davanti non ti è difficile immaginarlo ancora ragazzino, affacciato sul corridoio dei camerini a salutare Ray Charles con la mano chiedendosi se sarà poi proprio vero che a vederlo non ci riesce mica. Continua a leggere…
set 20 2009
HOT TUNA: l’intervista a Jorma Kaukonen e Jack Casady è on-line!
La storia di Jorma Kaukonen e Jack Casady, almeno dall’esterno, sembra davvero una meravigliosa avventura: amici da tutta la vita, insieme e da protagonisti hanno attraversato la stagione della psichedelia e della rivoluzione per ritrovarsi, dopo mezzo secolo, ancora fianco a fianco con lo stesso entusiasmo dei due adolescenti che trascorrevano i pomeriggi provando i pezzi di Buddy Holly in garage.
Dopo aver partecipato con i Jefferson Airplane a tutti gli eventi musicali più importanti del nostro tempo, dal festival di Woodstock a quello di Monterey, i due abbandonarono gradualmente l’acid rock per dedicarsi anima e corpo agli Hot Tuna, formazione concepita dapprima come semplice progetto collaterale e che finì per instradarli lungo un percorso più esplicitamente ispirato al blues e spesso acustico, illuminato dai precetti del Rev. Gary Davis e Lightnin’ Hopkins.
Un viaggio a ritroso che li ha portati a stabilire un contatto sempre più profondo con le radici della musica americana e nel 1998, per poter contribuire più attivamente alla preservazione e rigenerazione delle stesse, li ha convinti a creare il “Fur Peace Ranch” a Pomeroy, Ohio, sorta di santuario della tradizione all’interno del quale tengono corsi di musica e concerti. Un ranch dove “si allevano chitarristi e non animali”, volendolo descrivere con le parole di Kaukonen.
Prima, durante e dopo, intorno ai loro nomi hanno gravitato quelli di personaggi come Little Anthony and the Imperials, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Grateful Dead, Gov’t Mule… e persino il nostrano Angelo Branduardi che, in cerca di sonorità particolarmente sanguigne per il suo “Si può fare” del 1992, invitò Jorma Kaukonen e Zachary Richard a prender parte alle registrazioni.
Se a Jorma e Jack va riconosciuta la paternità degli Hot Tuna, dal 1969 a oggi le braccia della famiglia si sono spalancate più volte ad accogliere nuovi membri… e a partire dal 2002 si è unito a loro Barry Mitterhoff, mandolinista tra i più quotati della nuova scena bluegrass, i cui interessi spaziano dalla musica da camera alle tecniche corali brasiliane, dal Western Swing alla tradizione celtica, napoletana ed ebraica. Giusto per capirci, Barry si esibisce regolarmente con gruppi come Margot Leverett and the Klezmer Mountain Boys, ma compone anche colonne sonore per Hollywood e registi come Joel ed Ethan Coen.
Questa è la premessa. Volendo stare ai fatti, dico che li incontro a Varese giusto prima che salgano sul palco del Black & Blue Festival, appuntamento conclusivo del breve tour italiano. E aggiungo che è una grande emozione. Continua a leggere…
set 03 2009
Chi ha paura di BOB LOG III?

BOB LOG III, My Shit is Perfect
Una tuta da stuntman, le Blundstone ai piedi, il casco integrale dotato di microfono interno, la chitarra, il bottleneck, qualche brandello di batteria e una passione sfrenata per le tette: questi sono i segni distintivi di Bob Log III, la più delirante e folle one-man band attualmente in circolazione! Cosa c’entrano le tette? A suo dire sono il più straordinario strumento a percussione su cui gli sia capitato di mettere le mani: “Titt Clapping”, così definisce la curiosa “tecnica” da lui sperimentata a partire dall’album “Trike” del 1999. Guarda il video di “Clap Your Tits” o ascoltati il disco e capirai.
Vuole la leggenda che, ancora fanciullo, Bob abbia perso una mano a causa di un incidente in barca e che, in sostituzione, gli sia stata impiantata una zampa di scimmia: a volergli credere la cosa non è poi tanto male, a patto che l’altra si abitui a reggerne i ritmi indiavolati. Sarà vero? I dubbi sono tanti e legittimi, ma a testimonianza dei suoi progressi in tal senso abbiamo a disposizione una manciata di album, di cui tre realizzati per la gloriosa Fat Possum Records, di blues in puro delta style, tanto ispido e selvaggio da sconfinare nel punk-trash: la sua personale interpretazione degli insegnamenti di Mississippi Fred McDowell.
Si è a lungo favoleggiato sulla reale identità di Bob Log III e la questione permane controversa… si vociferò persino che sotto al casco potesse celarsi Tom Waits in persona, per via di qualche dichiarazione in cui proprio quest’ultimo affermava di essere assolutamente affascinato dallo stile del misterioso bluesman di Tucson e dal fatto che non ci fosse verso di capire una sola parola di quanto andava cantando.
Bob, dal canto suo, sostiene che le uniche ragioni per cui si ostina a tenersi stretto il carapace non hanno nulla a che vedere con la vergogna per l’aspetto fisico o il contenuto dei testi, dei quali è anzi particolarmente orgoglioso… semplicemente, essendo nativo dell’Arizona, dopo 15 minuti all’interno del casco riesce a sentirsi a casa in qualunque angolo del pianeta si trovi. Inoltre, se gli capitasse di rotolare giù dal palco non sarebbe costretto a smettere di cantare per recuperare il microfono.
Dopo averci iniziato alle gioie del “Boob Scotch” con il suo “Log Bomb” dell’ormai lontano 2003, proprio quest’anno il nostro si è finalmente deciso a partorire1 una nuova creatura: “My Shit is Perfect”, stavolta per gli svizzeri della Voodoo Rhythm Records.
Ora, sei anni di attesa non sono pochi… ma va detto che nel frattempo si è comunque dato un gran daffare a sdoganare i suoi blues allucinati sui palchi di mezzo mondo per mezzo di estenuanti performance in cui, aggrappato alla chitarra e scalciando imperterrito cassa e rullante coi piedi, è solito invitare qualche compiacente spettatrice ad accomodarsi sulle sue ginocchia. Certo, essendo la mole delle fanciulle una variabile in grado di condizionare pesantemente sia la serata che le restanti tappe del tour, Bob Log III si affida a una preparazione psico-fisica rigorosa e non manca di rassicurare sul fatto che le fans non corrono “rischi diversi”: se zampa e mano sono impegnate a suonare, altri danni non ne possono fare.
Quello che accade in studio di registrazione, invece, sarebbe tutto da verificare.
La discografia, Bob Log III >Ordina da IBS Italia
- dato il titolo dell’album, volendo, si potrebbe utilizzare un altro verbo… ma noi qui siamo personcine fini e certe parole non le scriviamo ↩
ago 12 2009
HOT TUNA Live al Black & Blue Festival 2009, Varese
Anche quest’anno a Varese si è rinnovato l’appuntamento con il Black & Blue Festival, la rassegna internazionale di musica afro-americana giunta ormai alla 9° edizione. Come consuetudine, il programma offerto è stato piuttosto ricco di proposte e nomi… tra questi, uno d’eccezione: gli Hot Tuna, in cartellone nella seconda serata del Festival, ultima del loro breve tour italiano.
Nonostante nel nostro Bel Paese dei Comuni e delle Parrocchiette ben difficilmente le notizie riguardanti gli eventi culturali riescano a superare i confini provinciali – Como e Varese distano una trentina di chilometri, sarà mica normale che non se ne sapesse nulla? – sabato 25 luglio circa 500 fans paganti più uno – che sarei io – erano lì ad aspettarli, comodamente seduti al riparo di una pregevole tensostruttura posta all’interno dei Giardini Estensi.
A scaldare il pubblico è toccato alle suggestive composizioni del talentuoso chitarrista varesino Luca Pedroni, ispirate alla tradizione flat-fingerpicking e proiettate in una dimensione sperimentale dal sapore new age, il quale ha poi ceduto il palco agli Hot Tuna: Jorma Kaukonen, Jack Casady e Barry Mitterhoff.
I primi due rappresentano un pezzo della storia del rock e non necessitano di grandi presentazioni: nucleo storico della formazione concepita inizialmente come costola dei Jefferson Airplane, ne sono da sempre il cuore e il motore; quanto a Barry Mitterhoff, benché li frequenti ormai da tempo, è un acquisto relativamente recente e merita una piccola introduzione… musicista di spicco della nuova scena bluegrass, eclettico e curioso, ha militato in innumerevoli formazioni, dimostrando una particolare attrazione per quelle “progressive” e aperte alle contaminazioni tra generi. Esempi in questo senso ci vengono dalla sua collaborazione con Margot Leverett and the Klezmer Mountain Boys, in cui musica bluegrass e klezmer divengono una cosa sola, o da quelle con Hollywood e le colonne sonore scritte, tra gli altri, per registi come Joel ed Ethan Coen.
Tornando al concerto, il brano d’apertura è “Blue Railroad Train”, da “Blue Country Heart”, e con esso la platea è guidata in un’escursione di circa due ore lungo le radici della tradizione americana… la scaletta comprende classici di Lightnin’ Hopkins e del Rev. Gary Davis, come pure composizioni originali che ripercorrono l’intera carriera di Kaukonen: da “Izze’s Lullaby”, la delicata ninna nanna regalata alla figlia e inclusa nel suo ultimo “River of Time“, a “Embryonic Journey”, tratta da “Surrealistic Pillow” dei Jefferson Airplane e cui è affidato il commiato.
La voce di Kaukonen non risente del peso degli anni, la sua chitarra nemmeno. Jack Casady sfoggia il Signature Bass al quale ha dato il nome, da lui stesso sviluppato in compagnia degli ingegneri Epiphone, Mitterhoff si alterna tra il mandolino e un’insolita chitarra tenore, strumento a quattro corde assai in voga negli anni ’30 e ’40.
Gli elementi portanti della musica degli Hot Tuna restano il legame con la tradizione country blues e l’improvvisazione, grazie al sorprendente affiatamento Casady e Kaukonen sanno scambiarsi continuamente il ruolo di solista e accompagnatore, sino a intrecciarsi e fondersi in un tutt’uno compatto e indissolubile. Mitterhoff prende parte al gioco con estrema naturalezza e il suo contributo risulta fondamentale specialmente nelle parti strumentali, per la capacità che gli è propria di esaltare le potenzialità melodiche del mandolino.
Una lezione di stile, quella degli Hot Tuna, che non manifestano alcuna propensione a ostentare virtuosismi o trucchetti per ingraziarsi il pubblico… dalla loro hanno sincerità, conoscenza e passione, e tanto basta a far la differenza. Almeno, stando al calore degli applausi coi quali sono stati ricambiati.
La scaletta
- Blue Railroad Train
- Nobody Knows You When You’re Down and Out
- I’ll Let You Know Before I Leave
- How Long Blues
- Let Us Get Together Right Down Here
- Come Back Baby
- Nashville Blues
- Genesis
- I Know You Rider
- Izze’s Lullaby
- Been So Long
- 99 Years Blues
- Hesitation Blues
- I am the Light of this World
- Mann’s Fate
- Embryonic Journey
mag 05 2009
TEREM QUARTET: SIAMO TUTTI FIGLI DI PUSKIN! L’intervista è on-line.
I Terem Quartet sono Andrej Konstantinov (domra soprano), Mikhail Dziudze (balalaika basso), Andrej Smirnov (bayan accordeon) e Alexej Barchtchev (domra contralto), che a suo tempo sostituì il membro fondatore Igor Ponomarenko.
Originari di San Pietroburgo, sono oggi considerati tra i gruppi russi più rappresentativi. Eccentrici, visionari, virtuosi, nelle loro composizioni si fondono musica colta e – tra ritmi latini e tradizione slava – popolare, il tutto in una dimensione rigorosamente acustica. Attivi dal 1986, possono già vantare una produzione di tutto rispetto nonché esperienze più che prestigiose… tra gli estimatori illustri della formazione figura anche Peter Gabriel e per la sua Real World Records hanno inciso ben due album, “Terem” nel 1991 e “Classical” nel 1994.
Salutarono il Papa e Madre Teresa di Calcutta a nome di tutto il popolo russo, il regista Nikita Sergeevi? Michalkov li volle con sé al Festival del Cinema di Cannes e persino Vladimir Putin si avvalse dei loro servigi. Incontro Andrej Konstantinov subito dopo il suo concerto olgiatese, in occasione della rassegna Musica in Collina organizzata da Giulio Bianchi… ecco cosa ci siamo detti. Continua a leggere…








