set 01 2010

[Massimo CARLOTTO] Arrivederci amore, ciao

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Massimo CARLOTTO, Arrivederci amore, ciao

Le opinioni, non essendo che opinioni, sono quanto di più opinabile si possa trovare sulla superficie di questo nostro effimero mondo battuto dal vento. Il fatto che tu possa ritrovartele ordinatamente impaginate su una quarta di copertina non sposta la questione di una virgola. E tantomeno mette il punto alla questione.

Prendi il Massimo Carlotto di “Arrivederci amore, ciao“, tanto per fare un titolo: secondo Edmondo Dietrich ci troviamo al cospetto di un novello Andrew Vachss, solo più feroce. Ora, senza voler sminuire l’autorevolezza di una firma sufficientemente blasonata da trovare spazio su “La Repubblica”, ci tengo a dire che a suo tempo del buon Vachss mi sono sciroppato “La seduzione del male“, che non mi ha impressionato e che col lavoro del brillante padovano, a mio avviso, non c’azzecca una bella cippa di niente. Per fortuna.
Intendiamoci, il territorio è sempre quello del noir… ma Carlotto è uno che, essendosi trovato dalla parte sbagliata del muro di cinta di una prigione, quando scrive sa quello che scrive. A differenza di altri, è anche capace di farlo con una certa classe e una smorfia che sa di sorriso.

“Arrivederci amore, ciao”, nello specifico, è il ritratto in cinque donne e un prologo di Giorgio Pellegrini. Un predatore. Uno che fiuta il mondo come fosse la propria riserva di caccia personale.
Giorgio Pellegrini è “cattivo quanto un ripetitore della RAI“, per usare le parole scelte da Andrea Pazienza per descrivere Zanardi: per lui la crudeltà è al contempo esercizio di stile e strumento di sopraffazione. Pellegrini è il tipo di persona dal quale uno farebbe meglio a tenersi alla larga, insomma. Uno coi suoi vizietti, le sue fisse, un passato da guerrigliero e un futuro verso il quale incamminarsi in compagnia del lettore, dal quale si congederà con un bellissimo e inaspettato finale.
Carlotto, invece, è uno scrittore che meriterebbe di esser tenuto d’occhio.

Arrivederci amore, ciao, Massimo CARLOTTO, E/o >Ordina da IBS Italia


lug 21 2010

[Andrea PAZIENZA] Astarte

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Andrea Pazienza, Astarte

Sottovalutato quando sarebbe stato il momento e beatificato poi solo a suo tempo, Andrea Pazienza incarna meglio di qualunque altro artista a me noto quanto penosa possa essere la condizione di genio in assenza di una lampada-corazza su cui contare: nessuna protezione dalle difficoltà della vita e tantomeno dalla grettezza dei “guappi di carta stampata” di turno. Praticamente un gamberetto sgusciato, in balia di “quella sensibilità vana ed esasperata che lo faceva soffrire di tutto come fosse d’amore”.

Certo, i cortiletti del nostro Bel Paesello pullulano di soggetti pronti a reclamare a gran voce l’onore della pubblica ingallonatura… ma questo è un altro discorso, gli aventi diritto sono merce rara. A penalizzare il buon Paz fu probabilmente l’incapacità di annichilirsi in un personaggio seriale e conformarsi agli standard del fumetto, ma per certe malizie puoi esserci portato oppure no. Per lui, era buona la seconda.Instabile almeno quanto inaffidabile, la scimmietta che accudiva e si tirava sempre dietro non gli semplificò certo l’esistenza: del loro rapporto finì col consegnarci uno struggente ritratto in “Pompeo”, e tanto la tenne stretta a sé da permetterle di portarselo via. Accidenti a lui. Una brutta storia… per quanto, paradossalmente, l’opera di Andrea Pazienza sgravata dall’imbarazzante soma della sua presenza fu sdoganata negli ambienti che contano tra un fioccar di riconoscimenti e pubblici sgrullamenti: Spaz era finalmente una rockstar a tutti gli effetti.

Raschiando il barile della sua produzione i tipi della Fandango si sono imbattuti nell’ultimo “Astarte” e, a riprova di quanto scritto poc’anzi, per la prefazione hanno scomodato niente meno che il numero uno delle classifiche e dei classificati: Roberto Saviano. Le cui quotazioni, va detto, viaggiano al ribasso, almeno da quando ci si è accorti che la criminalità organizzata stava compromettendo l’immagine dell’Italia all’estero e l’attuale governo l’ha quindi debellata cancellandola per decreto. Va aggiunto che, sia come sia, le sue dita si rincorrono tra parole incapaci di evocare il calore -o quantomeno il colore- di quelle spese in passato da personaggi come Vincenzo Mollica, Pablo Echaurren o Stefano Benni… ma stiamo parlando di gente che gli voleva bene e, a sua discolpa, è giusto ricordare che il Maestro si congedò nel 1988 quando Saviano, classe 1979, portava ancora le braghette corte. Tra le sue righe si leggono ammirazione e rispetto, tanto può comunque bastare.

Bellissima edizione, cartonata e con le tavole opportunamente scorporate al fine di enfatizzarne lo splendore, “Astarte” è l’opera incompiuta dedicata al cane di Annibale, enorme molosso nero in cui convivono ferocia e viltà, rigore e piscionaggine. L’ultima. Una nota della sua amata Marina Comandini ci informa che Paz conobbe Annibale sulle pagine della biografia scritta da Gianni Granzotto e… uno che la resistenza se la sparò in vespino sul Gargano, come avrebbe potuto non innamorarsi di un condottiero ancora più meridionale di lui e capace di tenere in scacco i romani per tutto quel tempo? La storia è poi sì quella dell’eroe cartaginese, ma Paz preferisce giocare di sponda e lasciare che sia il suo servo più fedele a raccontarla: insieme avrebbero dovuto raggiungere Zama, in un viaggio che qui si ferma prima del tempo… la disfatta di Andrea Pazienza arrivò ben prima della loro.

Astarte, Andrea Pazienza, Fandango Libri >Ordina da IBS Italia

Annibale, Gianni Granzotto, Mondadori >Ordina da IBS Italia


mar 31 2010

[Louis-Ferdinand CÉLINE] Le onde

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Louis-Ferdinand CÉLINE, Le onde

Ci sono grandi libri, ci sono piccoli libri e, talvolta, ne spuntano pure di minuscoli. Come “Le onde“, di Céline: una decina di pagine tradotte da Anna Rizzello per i tipi di Via del Vento Edizioni… che non avrebbero avuto alcuna possibilità di sopravvivere tra i marosi della sua produzione letteraria successiva se Louis-Ferdinand Céline, appunto, non fosse diventato Louis-Ferdinand Céline. Di loro, semplicemente, si sarebbe persa ogni traccia.

Ma visto che le cose sono andate come sono andate… quella che sarebbe potuta restare una testimonianza di ordinaria mediocrità appare oggi piuttosto come la dimostrazione di quale e quanta orribile testardaggine sia necessaria per scrollarsi di dosso le convenzioni sintattico – grammaticali e tramutare l’intuizione di un respiro prima in stile, poi in musica.
Viaggio al termine della notte” sarebbe arrivato nel 1932, allora correva l’anno 1917… a volare erano solo le prime zampate letterarie di quello che sarebbe diventato il più grande e controverso scrittore del suo – nonché del nostro – tempo, sferrate per vincere la noia del rientro in Patria, tra i vapori della dissenteria che mise il punto e a capo alla sua infausta esperienza coloniale in Africa.
L’imberbe Céline dimostra di essere un buon osservatore e di avere in sé, oltre ai moti intestinali, i germi di quell’immaginario che, rosica oggi e risica domani, lo avrebbe reso il più rognoso tra i rognosi. Certo, è ancora ingenuo al punto da accollarsi la briga di descrivere e motivare invece di tirare dritto al bersaglio… ma già gigioneggia col lettore, seppur con garbo e senza osare strapazzarlo troppo. E sono proprio questi aspetti a rendere interessante la lettura – almeno per chi può contare su una certa dimestichezza con la sua opera.
Il volume è arricchito da un paio di lettere scritte all’amica d’infanzia Simone Saintue e da un’interessante nota della traduttrice. Pregevole anche l’edizione in carta vergatina avorio, stampata in duemila copie numerate. La mia è la n° 78. Così, per dire.

Le onde, Louis-Ferdinand CÉLINE, Via del Vento Edizioni >Ordina da IBS Italia


mar 13 2010

Vincenzo, le pecore, il Centro Nazionale Malattie Rare e il racconto di Massimo Baraldi

Il volo di Pègaso, Volume a cura dell' Istituto Superiore di Sanità - Centro Nazionale Malattie Rare

Il Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità ha organizzato la seconda edizione del concorso “Il Volo di Pegaso“, Massimo Baraldi1 ha partecipato col racconto “Le pecore di Vincenzo non piangono più” e anche se non ha vinto è finita che lo hanno messo on-line sul sito dell’istituto.

Se ti va di leggerlo non devi fare altro che seguire il link qui sopra. Comparirà un elenco, lo trovi in decima posizione in corrispondenza del codice S110.
Tutte le opere partecipanti sono state raccolte e pubblicate anche in un volume curato da Domenica Taruscio, Stefania Razeto e Paola De Castro. Se sia in vendita o meno non saprei dirlo… ma sono stati così cortesi da inviarmene una copia e posso garantire che si tratta di un gran bel lavoro.

Quanto a Vincenzo, lui è un bambino, e lo sarà per sempre. Proprio come tutti quanti noi.

  1. Se non lo avessi capito, Massimo Baraldi sono io.

mar 05 2010

[Toni MORRISON] Jazz

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Toni MORRISON, Jazz

«Buongiorno. Vorrei “Jazz“, di Toni Morrison
L’ometto mi osserva come fossi un millepiedi con le zampette infangate e un orribile cappello in testa, omette il saluto e con un «Noi non trattiamo libri musicali.» mi liquida.
Mi perplimo, colto alla sprovvista dall’uppercut del suo sguardo supponente.
Libraio. Piccolo, vecchio libraio… non solo perirai tra le spire della Grande Distribuzione, ma un giorno arriverà Calzedonia e la tua bottega se la porterà via. Figlio di un libraio, ogni segno del tuo passaggio su questa terra sarà cancellato, con buona pace mia.
Toni Morrison non è Jim Morrison. E se anche mi girasse di comprare un libro di Jim Morrison – cosa peraltro affatto improbabile – sarebbero solo affaracci miei.
«Toni Morrison il jazz lo scrive, non lo suona. Pure il Nobel per la letteratura le hanno dato, e in Italia è pubblicata da Frassinelli.» il colpo è sleale, ma il tipo se l’è cercata. La parola “Nobel” ha fatto il suo effetto.
«Sì? Potrei ordinarlo, allora.»
«Non è il caso. Mi serve oggi.» piroetto verso l’uscita e stavolta il saluto lo ometto io. Certi libri non andrebbero mai prestati, che poi non li rivedi più e quando ti scappa da rileggerli sei obbligato ad avere a che fare con dei gran brutti ceffi.

La prima volta che sentii parlare di Toni Morrison fu ai tempi in cui la radio era ancora la radio e se imbroccavi la serata giusta rischiavi d’incantarti ad ascoltarla sino quasi al mattino. Uno degli speakers di RAI Stereo Notte ebbe l’idea di leggerne alcune pagine durante la sua trasmissione e, da parte mia, fu amore al primo ascolto. Il mattino seguente mi alzai di buonora per andarmelo a cercare, ma un mondo di 225 km2 può essere caratterizzato da limiti piuttosto oggettivi e il mio non faceva eccezione… così uscii dall’unica libreria degna di questo nome con “Gargantua e Pantagruele” sottobraccio – che non c’entrerà un bell’accidente di niente, ma ormai ero lì e Rabelais mi frullava per la testa già da un pezzo – e in tasca il buono d’ordine per il libro della Morrison.

Jazz. Una storia scritta di pancia, capace di insinuartisi dentro tanto prepotentemente da illuderti possa essere anche tua. Un romanzo poetico e struggente, strutturato davvero come una composizione jazz. La storia del vecchio Joe Trace e del suo amore per una diciottenne – tanto grande da non poter essere nemmeno immaginato – racchiuso in un proiettile e consegnato all’eternità… quella di Violet, sua moglie, dei suoi uccelli e del pappagallo che non si stancava mai di ripetere «Ti amo»… sono la base armonica sui cui accordi una piccola folla di personaggi si raccoglie, pronta a prendere vita in linee melodiche che si sviluppano tra l’Harlem degli anni ’20 e le piantagioni del mondo rurale. Un romanzo corale e di rara intensità, tradotto magistralmente da Franca Cavagnoli… cui va riconosciuto il merito di aver saputo riprodurre in italiano l’approccio intimo ed emozionale che Toni Morrison ha verso le parole.

Il tempo è passato e la copertina pure… la casa editrice resta Frassinelli, ma il ritratto scattato da William Claxton a Chet Baker e la sua bella Helima nel 1955 in quel di Redondo Beach ha ceduto il posto a una semplice illustrazione, e questo è un peccato. In compenso l’edizione si è ora arricchita di una prefazione dell’autrice stessa, e questa è una buona cosa. Insomma, che non si può avere tutto lo si sa… ma va aggiunto che un libro così è un piccolo capolavoro: a voler guardare, non avremmo bisogno proprio di nient’altro che le sue 238 pagine.

Jazz, Toni MORRISON, Frassinelli >Ordina da IBS Italia


feb 07 2010

[Art SPIEGELMAN] Maus

Maus, Art Spiegelman

Maus, Art Spiegelman

Che solo dalla storia si impara, tutti lo sanno. A tramandarla sono i vincitori, affinché le loro gesta illuminino i passi dei posteri in marcia ordinata verso la conquista del futuro. Se la scrivono e ce la cantano, attenti a turbare la nostra sensibilità solo quel giusto, che siamo dei bamboccioni e più di tanto non saremmo in grado di metabolizzarla.
Un fatto è un fatto, e come tale andrebbe trattato… eppure, non è così che funziona. La storia è una convenzione, più o meno universalmente accettata, tra le cui pagine persino i vinti trovano modo di rimbellettarsi un po’. Patteggiano, zompano sul carrozzone e si riscrivono, che a esser ricordato come un piccoletto d’animo non ci tiene nessuno. Manco fosse una vergogna. La storia, insomma, è per lo più una gran fregatura.
Prendi il “Giorno della memoria“: ventiquattro ore per ricordare, raccontare e, auspicabilmente, non dimenticare. Bello… ma, alle nostre latitudini, già il “Giorno della memoria selettiva” suonerebbe meglio, che qui le cose ognuno le rispolvera a modo suo. Come un italiano possa sentirsi meritevole di celebrare lo smantellamento di Auschwitz, non mi entrerà mai in testa. Girala come ti pare, ma resta un’appropriazione indebita di meriti altrui, un riciclarsi con destrezza nelle fila dei buoni – dalle quali restano ormai esclusi giusto “baffetto” e la sua ghenga di tirapiedi in bretelloni.

Dalla storia si imparerebbe, se solo la si conoscesse e, nel nostro caso, fosse accettata l’idea che noi italiani brava gente non lo siamo stati mai. Il 16 settembre 1943, proprio per quella destinazione, dalla stazione di Merano partì il nostro primo convoglio di deportati; il 5 settembre 1938 una folla festante di ometti adunchi, olivastri e riccioluti applaudì l’entrata in vigore dei “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista“, primi di una lunga e infausta serie di legiferazioni: queste sono le date che dovremmo appuntare nel calendario della patria memoria collettiva, il far finta di nulla e il negarci il diritto alla vergogna non contribuirà a renderci delle persone migliori.
Saremo sempre quelli dei cori negli stadi, dei “io non sono razzista, ma…”, pronti a impallinare un africano al suo rientro dai campi. E a indignarci se quello s’incazza e reagisce.
Del resto, non occorre andare molto indietro nel tempo per mettere a fuoco le anomalie connesse all’assenza di una coscienza storica. Parlando per me, sono cresciuto associando il nome di un uomo politico alla parola “ladro”, mi sveglio una mattina e scopro che quello non fu altro che la vittima sacrificale di un sistema, che è scoccata l’ora della riabilitazione e adesso ci tocca riparare intitolandogli una via o magari un parchetto. O che, per stare in tema di Shoah, al tavolo dei Santi stanno apparecchiando pure per Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, in arte Pio XII. Vabbe’. Sciolto il drappo della vergogna, gli resteranno almeno i versi di Pier Paolo Pasolini, a lui dedicati, come sassolini nelle belle scarpette rosse.

Dal trattare la storia con indulgenza non si impara un bell’accidente di niente. Proviamo sdegno davanti alla mattanza degli ebrei, come si trattasse di un orrore inconcepibile e ingiustificabile – cosa che peraltro è – ma, al contempo, di cambogiani, curdi, tutsi, musulmani bosniaci e kosovari non ce ne importa una cippa. Che, tradotto, significa che almeno sei milioni di uomini e donne sono morti invano.
La verità è che per il genocidio noi ci siamo portati, tutto ciò di cui necessitiamo è un pretesto per cominciare a darci da fare. La cultura avrebbe il potere di curarci, ma questa è effimera e, in assenza di una vera consapevolezza, non può garantire alcun beneficio.

Per fortuna ci sono ancora gli scampati, gente che quando parla sa ciò che dice e di cui ci si può fidare. Gente che “sanguina storia” come Vladek Spiegelman, un ebreo polacco sopravvissuto ad Auschwitz e, grazie al figlio Art Spiegelman, alla morte stessa.
Sto parlando di “Maus“, la trasposizione in tavole della quotidianità dei componenti di una famiglia di topi ebrei alla vigilia e attraverso la Shoah sino a un’America in cui ricordare. Topi gli ebrei, gatti i tedeschi, maiali i polacchi e così via, ognuno sempre ben identificabile anche a dispetto delle maschere che, quando è il caso, compaiono sui musi a confonderne i tratti.

Gli ci è voluto del coraggio, a Spiegelman. Oggi i tempi sono cambiati e al fumetto è riconosciuta una propria dignità, ma nei primi anni ’70 le cose andavano diversamente e il successo non era affatto scontato. Come non lo era che nel 1992 “Maus” si sarebbe aggiudicato un riconoscimento speciale in occasione della consegna dei premi Pulizter.
“Maus”: un’opera cupa e claustrofobica in cui nulla è lasciato al caso, dal linguaggio aspro e sgrammaticato di Vladek ai tratti apparentemente naïf delle chine, dal taglio espressionista delle vignette all’infinita serie di musi che le popolano, gli uni dagli altri indistinguibili. In cui non esistono buoni e cattivi ma solo vittime e carnefici, in cui le vittime sono tanto impegnate a sopravvivere da non aver tempo da perdere a star lì a mendicare la pietà di nessuno, in cui i carnefici sono ciò che fanno, in cui la narrazione è tanto asciutta da non offrire appigli ad alcuna attenuante intellettuale, in cui ognuno è ciò che è e ad accattivarsi il lettore nemmeno ci prova.

Un’opera magnifica, disturbante e, a suo modo, poetica che, nella sua semplicità, ci ricorda che la storia, quella vera, è fatta di piccole storie. E che, come scrisse Il Poeta

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Maus, Art SPIEGELMAN, Einaudi >Ordina da IBS Italia


gen 25 2010

CONTRABBANDIERI DEL NIRVANA e la prefazione di Massimo Baraldi

Categoria:Cronache,letture
contrabbandieri del nirvana

Contrabbandieri del Nirvana

“Non sei fregato per davvero sino a quando hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. A scriverlo è Alessandro Baricco, sulle labbra di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento. Può essere vero come no, ma non è che faccia poi una gran differenza: a me piace pensarlo e tanto mi basta. Sono le storie che ascoltiamo a renderci ciò che siamo, quelle che raccontiamo a ricordarci chi dovremmo – o potremmo – essere.

Enzo Santambrogio e Davide Valsecchi mi sa che la vedono più o meno come me, se no che cosa ci sarebbero andati a fare su e giù per la catena himalayana? Insomma, lassù fa freddo e tira vento… e arrivarci è faticoso. Poi, se così non fosse, perché mai si sarebbero presi la briga di fissare su carta e pellicola i propri appunti di viaggio? E di coinvolgere il suddetto chiedendogli di scrivere la sua1 in forma di prefazione?

Comunque sia, la cosa riguarda solo loro. La buona notizia è un’altra, e cioè che tutta quest’avventura ha lasciato un segno: “Contrabbandieri del Nirvana”, pubblicato ora dall’Editrice Monti. Chissà, prima o poi potrebbe pure esser distribuito, nel frattempo, puoi richiederlo direttamente a loro.

  1. che sarebbe poi la mia, n.d.A.

gen 15 2010

[Amélie NOTHOMB] Acido solforico

Categoria:letture
Un personaggio curioso, Amélie Nothomb. Di cui si fa un gran parlare, complice forse l’aspetto bizzarro al quale viene istintivo associare uno stile estroso o, quantomeno, alternativo. Una scrittrice di culto, incensata e osannata a destra come a manca, capace di lanciare un nuovo libro in pasto a pubblico, classifiche ed editori con cadenza rigorosamente annuale. Così, per principio. Che puntualmente viene adattato per il teatro, quando non per il cinema. Così, per conseguenza.
Personalmente non sono mai stato tentato dall’avventurarmi tra le pagine delle sue opere e, volendo indagare in merito, ammetto che la mia scelta è motivabile solo impugnando ragioni che non sono affatto ragioni: semplicemente, rivendico il diritto di essere prevenuto nei suoi confronti. Perché? Be’, tanto per cominciare nutro un’istintiva diffidenza per tutto ciò che è di culto e, se ci si sofferma sull’idea che oggi come oggi persino le più bieche produzioni cinematografiche degli anni ’70 vengono sdoganate come tali, non ritengo di dover esser cosparso di miele e appeso per i pollici a testa in giù sopra un formicaio solo per questo. Poi, tanto per proseguire, se i francesi raccontano così tante barzellette sui belgi, una ragione dovrà pur esserci. E infine, tanto per concludere, detesto le birre di produzione belga.
Comunque sia, partendo dal presupposto che riconoscere i propri limiti è il primo passo per superarli, mi sono deciso a compiere anche il successivo: avrei letto “Acido solforico”, una delle sue ultime fatiche, pubblicata da Voland nel 2006. L’impresa non si è rivelata particolarmente ardua: 131 pagine condite con caratteri cubitali e stemperate da una generosa spaziatura equivalgono a circa un’ora del proprio tempo, più o meno.
“Acido solforico” è una sorta di indagine sulla degenerazione dei media e al contempo un atto di accusa contro il pubblico, reo di esserne il germe ispiratore: è infatti la sua morbosità voyeristica  a giustificare la produzione di “Concentramento”, un reality show ispirato alle condizioni di vita nei lager nazisti, in cui i concorrenti subiscono quotidianamente ogni sorta di soprusi da parte di kapò – animatori accuratamente selezionati per la loro grettezza e stupidità. Grazie al televoto gli spettatori possono poi interagire decidendo le eliminazioni che, naturalmente, avvengono tra indicibili sofferenze e sono trasmesse in diretta.
L’idea presenta spunti di riflessione interessanti e non è affatto malvagia, almeno per chi come me e Bergonzoni la televisione la guarda ma non l’accende quasi mai. E ritiene di non perdersi alcunché.
La prima cosa a colpirmi, però, è stata la povertà del linguaggio utilizzato nella narrazione. Certo si potrebbe essere indotti a scaricare il barile dei limiti lessicali su Monica Capuani, autrice della traduzione italiana… ma, proseguendo la lettura, mi son reso conto che anche personaggi e situazioni sono appena abbozzati, sarei quindi propenso ad assolvere la traduttrice con formula piena. La scrittura della Nothomb sembra scaturire da una ricerca estetica più che stilistica, e questo spiega il proliferare di personaggi la cui unica funzione è quella di incipriarsi vicendevolmente il naso.
Protagonista della storia è la bella Pannonique dal cui fascino nessuno è immune, eroina del format tanto forzatamente virtuosa da risultare insopportabile in netto anticipo sulla conclusione della prima parte del romanzo, al cui intorno i compagni di sventura gravitano come faretti badando a mantenerne ben illuminato il profilo. Co-protagonisti sono invece gli ormoni impazziti della brutale Zdena, kapò ossessionata dalla grazia e dalle grazie di Pannonique, che la indurranno a tentare il possibile e pure l’impossibile per sedurre e possedere l’oggetto di tanto desiderio.
Insieme mi hanno accompagnato in un mondo vago e nebuloso, all’interno del quale mi è venuto istintivo pensare che la giovane autrice belga si sia bruciata l’occasione di scrivere un buon libro. E io quella di rileggermi “Il giovane Holden” o, alternativamente, l’opera omnia di Carl Barks.

Un personaggio curioso, Amélie Nothomb. Di cui si fa un gran parlare, complice forse l’aspetto bizzarro al quale viene istintivo associare uno stile estroso o, quantomeno, alternativo. Una scrittrice di culto, incensata e osannata a destra come a manca, capace di lanciare un nuovo libro in pasto a pubblico, classifiche ed editori con cadenza rigorosamente annuale. Così, per principio. Che puntualmente viene adattato per il teatro, quando non per il cinema. Così, per conseguenza.

Personalmente non sono mai stato tentato dall’avventurarmi tra le pagine delle sue opere e, volendo indagare in merito, ammetto che la mia scelta è motivabile solo impugnando ragioni che non sono affatto ragioni: semplicemente, rivendico il diritto di essere prevenuto nei suoi confronti. Perché? Be’, tanto per cominciare nutro un’istintiva diffidenza per tutto ciò che è di culto e, se ci si sofferma sull’idea che oggi come oggi persino le più bieche produzioni cinematografiche degli anni ’70 vengono sdoganate come tali, non ritengo di dover esser cosparso di miele e appeso per i pollici a testa in giù sopra un formicaio solo per questo. Poi, tanto per proseguire, se i francesi raccontano così tante barzellette sui belgi, una ragione dovrà pur esserci. E infine, tanto per concludere, detesto le birre di produzione belga.

Comunque sia, partendo dal presupposto che riconoscere i propri limiti è il primo passo per superarli, mi sono deciso a compiere anche il successivo: avrei letto “Acido solforico“, una delle sue ultime fatiche, pubblicata da Voland nel 2006. L’impresa non si è rivelata particolarmente ardua: 131 pagine condite con caratteri cubitali e stemperate da una generosa spaziatura equivalgono a circa un’ora del proprio tempo, più o meno.

“Acido solforico” è una sorta di indagine sulla degenerazione dei media e al contempo un atto di accusa contro il pubblico, reo di esserne il germe ispiratore: è infatti la sua morbosità voyeristica a giustificare la produzione di “Concentramento“, un reality show ispirato alle condizioni di vita nei lager nazisti, in cui i concorrenti subiscono quotidianamente ogni sorta di soprusi da parte di kapò – animatori accuratamente selezionati per la loro grettezza e stupidità. Grazie al televoto gli spettatori possono poi interagire decidendo le eliminazioni che, naturalmente, avvengono tra indicibili sofferenze e sono trasmesse in diretta.

L’idea presenta spunti di riflessione interessanti e non è affatto malvagia, almeno per chi come me e Bergonzoni la televisione la guarda ma non l’accende quasi mai. E ritiene di non perdersi alcunché.

La prima cosa a colpirmi, però, è stata la povertà del linguaggio utilizzato nella narrazione. Certo si potrebbe essere indotti a scaricare il barile dei limiti lessicali su Monica Capuani, autrice della traduzione italiana… ma, proseguendo la lettura, mi son reso conto che anche personaggi e situazioni sono appena abbozzati, sarei quindi propenso ad assolvere la traduttrice con formula piena. La scrittura della Nothomb sembra scaturire da una ricerca estetica più che stilistica, e questo spiega il proliferare di personaggi la cui unica funzione è quella di incipriarsi vicendevolmente il naso.

Protagonista della storia è la bella Pannonique dal cui fascino nessuno è immune, eroina del format tanto forzatamente virtuosa da risultare insopportabile in netto anticipo sulla conclusione della prima parte del romanzo, al cui intorno i compagni di sventura gravitano come faretti badando a mantenerne ben illuminato il profilo. Co-protagonisti sono invece gli ormoni impazziti della brutale Zdena, kapò ossessionata dalla grazia e dalle grazie di Pannonique, che la indurranno a tentare il possibile e pure l’impossibile per sedurre e possedere l’oggetto di tanto desiderio.
Insieme mi hanno accompagnato in un mondo vago e nebuloso, all’interno del quale mi è venuto istintivo pensare che la giovane autrice belga si sia bruciata l’occasione di scrivere un buon libro. E io quella di rileggermi “Il giovane Holden” o, alternativamente, l’opera omnia di Carl Barks.

Acido solforico, Amélie NOTHOMB, Voland >Ordina da IBS Italia


ago 28 2009

[Alessandro BARICCO] Senza sangue

Categoria:letture

Breve, asciutto, conciso. Leggendolo si ha la sensazione che ogni singola parola sia stata scelta con meticolosa cura e successivamente presa, limata, levigata, lucidata e infine incastonata nella storia.
In “Senza sangue” ci si trova davanti a una narrazione che si sviluppa come un’equazione, semplicemente perfetta nel suo equilibrio. Un tantino troppo perfetta, per i miei gusti. Un po’ da scuola di scrittura, giusto per intenderci.
“Senza sangue” è un lungo racconto (data la brevità mi pare eccessivo parlare di romanzo) che parla di sentimenti profondi quali odio, rancore, vendetta e dolore, ma lo fa senza calore e l’eccesso di meticolosità penalizza la capacità di emozionare.

Secondo alcuni Baricco ha ormai esaurito la vena creativa e i suoi scritti recenti non sono altro che puri esercizi di stile. Può darsi. Un piccolo libro da leggersi d’un fiato, comunque, godibile e piacevole nonostante nelle sue pagine della potenza evocativa di “Oceano mare” sia rimasto ben poco.

Senza sangue, Alessandro BARICCO, Feltrinelli >Ordina da IBS Italia


ago 07 2009

[Louis-Ferdinand CÉLINE] Colloqui con il professor Y

Categoria:letture

Se il libro vende lo scrittore campa, se il libro non vende lo scrittore crepa: pur non applicabile agli editori, che di stenti non muoiono quasi mai, trattasi di un’equazione semplicissima e dimostrabile oggi come nel 1955, anno in cui Louis-Ferdinand Céline ci consegna i suoi “Colloqui con il professor Y“.

Pur acclamato in un recente passato come il più grande scrittore di Francia, il dopoguerra trova Céline isolato, abbandonato a sé stesso e ignorato. E Gallimard, il suo editore, gli fa notare che, d’altra parte, lui mica è uno che sta al gioco. Se l’è cercata, insomma.
Stare al gioco. Al Louis-Ferdinand mica serve molto per capire cosa significhi, che lui è uno acculturato. Il valore di un autore non è dato dalla qualità dei suoi scritti, piuttosto dalla proiezione dello stesso utilizzata dai media per intortare il pubblico… e se quelli non ti si filano, sei bell’e che fregato. La priorità è quindi entrare in squadra, apparire, disquisire, dir la propria sempre e ovunque, a proposito o a sproposito. Insomma, è tempo per lui di trovarsi un posticino sul Grande Carrozzone degli aspiranti al Goncourt.
Da dove cominciare? La televisione? Col grugnone che si ritrova, manco a pensarci. La radio? Ci vuol la voce. La stampa? Ancora ancora, sui giornali potrebbe farci la sua porca figura… e allora, in assenza di alternative, ecco la soluzione: una bella intervista, che di certo rassicurerebbe l’editore circa la sua buona volontà! Tutto ciò di cui abbisogna è qualcuno che gliela faccia.

Scelto il più ostile e sornione tra i candidati, resosi disponibile solo a patto che l’incontro avvenga in un luogo pubblico e gli sia garantito l’anonimato – che ad accostare il proprio nome a quello del più impestato tra gli appestati non ci tiene affatto -, ecco i “Colloqui”: un’intervista immaginaria lunga un libro, in cui Céline dà libero sfogo alle proprie riflessioni sul grande bluff dell’arte e della cultura, al disprezzo per i colleghi capaci solo di scrivere “allamanieradì“, impostori asserragliati in circoli letterari a copiarsi i compitini e farsi servizietti a vicenda.

L’appuntamento avviene all’interno di un giardinetto pubblico e già dalle prime battute il malcapitato professor Y si ritrova esposto al fuoco linguistico di Céline, inchiodato alla panchina dalla speranza che il proprio sacrificio induca Gaston Gallimard a rivalutare un vecchio manoscritto speditogli a suo tempo. Colta la debolezza, per nulla impietosito e deciso a sfruttare come si deve la propria occasione, Céline approfitterà del vantaggio per sferzare con impeto crescente il poveretto sino a vederlo pendere dalle sue labbra schiacciato e prostrato dalla follia… solo allora mollerà il colpo e lo lascerà libero di lanciarsi a capofitto verso un gran finale degno dei migliori Stan Laurel e Oliver Hardy.

Un testo spassoso, in cui Céline, che al cinema ha rubato tutti i trucchi e che nelle proprie pagine ha saputo ricreare l’emozione della lingua parlata, elenca al lettore tutte le ragioni per cui meriterebbe di esser stimato e rivalutato.

Colloqui con il professor Y, Louis-Ferdinand CÉLINE, Einaudi >Ordina da IBS Italia