feb 25 2010

JAMES HARMAN, la FAMILY STYLE BAND e il tour italiano 2010

James Harman con Mudcat e Lil' Joe al Congressional Blues Festival 2007 (©Michael Udell)

MB: Ciao James, sono Massimo Baraldi.
JH: Hey, che succede dalle tue parti?

MB: Si dice che tu sia diretto in Italia…
JH: Be’, non immediatamente, ma presto… verso la fine di maggio, penso. Devo fare le mie cose in Finlandia, Svezia, Danimarca e Norvegia prima di tornare in Italia.

MB: Ad Atlanta GA un paio di gentiluomini che rispondono al nome di Danny “Mudcat” Dudeck e Lil’ Joe Burton assicurano che ci divertiremo un sacco.
JH: Oh, sì… quei due ce l’han messa tutta al Congressional Blues Festival di Washington DC!!! Sissignore… “Little Joe from Chicago”, wow, che trombonista… ci siamo divertiti un sacco. Spero avremo modo di rifarlo. Con loro c’era il mio vecchio compare Ardle Dean alla batteria, incontrarlo è sempre una festa.

MB: Qui da noi te ne andrai in giro coi Family Style dei fratelli Marco e Franco Limido, due tra i migliori musicisti blues reperibili a queste latitudini…
JH: E io non vedo l’ora… spaccheremo tutto e rimetteremo ogni cosa al suo posto sino a che l’Inferno ne avrà abbastanza. Loro hanno lavorato spesso col mio vecchio socio Gene Taylor, ho già sentito parlare di quei teppisti… mi farò trovare pronto.

MB: Il nome di James Harman è strettamente legato a quelli di John Lee Hooker e Muddy Waters o di John Mayall e Mick Taylor, giusto per citarne qualcuno… mi auguro che a maggio potremo sederci per una vera chiacchierata. Mi piacerebbe ascoltare le tue storie.
JH: Sì, in 48 anni di musica penso di aver visto alcune cose che val la pena ricordare, cercherò di ripescarne qualcuna che possa essere raccontata… vengo per divertirmi, non per creare imbarazzi.

MB: Ok. Ci vediamo a maggio, allora.
JH: E maggio sarà, Daddy-0 e anch’io ti cercherò.

(Foto pubblicata per concessione di © Michael Udell, All Rights Reserved)

feb 21 2010

JAMES HARMAN, the FAMILY STYLE BAND and the Italian Tour 2010

James Harman with Mudcat & Lil' Joe at Congressional Blues Festival (©Michael Udell)

MB: Hi James, this is Massimo Baraldi calling.
JH: Hey now, how’s it goin’ on your end?

MB: The grapevine says you’re Italy bound…
JH: Well, not right away, but soon… late May I think. First I must go do my work in Finland, Sweden, Denmark and Norway before I get back to Italy.

MB: A couple of gentlemen from Atlanta GA going by the name of Danny “Mudcat” Dudeck & Lil’ Joe Burton claim we’re gonna have a ball.
JH: Oh yeah… cool, those cats were wailin’ at that Congressional Blues Festival in Washington DC!!! Yes Sir… “Little Joe from Chicago”, wow what a trombone player… we really had a thang goin’ on. I sure hope I get to do that one again. They had my old buddy Ardle Dean playin’ drums and that’s always a blast.

MB: Down here you’ll be touring with Family Style of brothers Marco and Franco Limido, two of the finest blues musicians at our latitudes…
JH: And I’m sure lookin’ forward to that… we’re going to break-it on down and tear it on back up, ‘till Hell won’t have it. They’ve worked with my old pal Gene Taylor several times, so I’ve already heard about those bad boys… I’m gonna be ready for that part of the tour.

MB: James Harman’s name is solidly tied to the ones of John Lee Hooker and Muddy Waters as well as John Mayall or Mick Taylor, just to mention a few… I hope we’ll sit down for a real chat in May. I’d love to listen to your stories.
JH: Yes, after 48 years in the music business I suppose I’ve seen a few things worth remembering, so I’ll try to recall some good ones, that can be repeated then… I’m coming to have some fun, not embarrass anybody.

MB: Ok. I’ll see you in May, then.
JH: Then May it shall be, Daddy-0 and I’ll be watchin’ for you as well.

(The photo is courtesy of © Michael Udell, All Rights Reserved)

dic 18 2009

I FAMILY STYLE dei fratelli Limido e il concerto di Natale in Live Streaming

Categoria:Ascolti,Live!,WEBlife
Quella del concerto natalizio è una tradizione alla quale i Family Style Marco e Franco Limido  ci hanno abituati da tempo, ma quest’anno c’è una grande novità: verrà trasmesso in diretta sul web e quindi per la prima volta potranno essere presenti tutti i loro amici, per lontani o pigri che siano.
Se ti va di farti un sano brindisi in compagnia dei loro blues non devi far altro che collegarti qui stasera dalle 22:00 in poi. O, in caso tu non rientrassi in nessuna delle due categorie di cui sopra, sappi che li troverai al Trocadero di Arluno -MI-.
E visto che siamo in clima natalizio, sappi pure che sul loro sito è possibile scaricare gratuitamente il loro Live in Nottingham. Facci un salto e spulciati intorno, vale la pena.

Quella del concerto natalizio è una tradizione alla quale i Family Style Marco e Franco Limido ci hanno abituati da tempo, ma quest’anno c’è una grande novità: verrà trasmesso in diretta sul web e quindi per la prima volta potranno essere presenti tutti i loro amici, per lontani o pigri che siano.

Se ti va di farti un sano brindisi in compagnia dei loro blues non devi far altro che collegarti qui stasera dalle 22:00 in poi. O, in caso tu non rientrassi in nessuna delle due categorie di cui sopra, sappi che li troverai al Trocadero di Arluno -MI-.

E visto che siamo in clima natalizio, sappi pure che sul loro sito è possibile scaricare gratuitamente il loro Live in Nottingham. Facci un salto e spulciati intorno, vale la pena.

Streaming Video by Ustream.TV


ago 12 2009

HOT TUNA Live al Black & Blue Festival 2009, Varese

Categoria:Ascolti,Live!

hot-tuna_varese_2009-08 Anche quest’anno a Varese si è rinnovato l’appuntamento con il Black & Blue Festival, la rassegna internazionale di musica afro-americana giunta ormai alla 9° edizione. Come consuetudine, il programma offerto è stato piuttosto ricco di proposte e nomi… tra questi, uno d’eccezione: gli Hot Tuna, in cartellone nella seconda serata del Festival, ultima del loro breve tour italiano.
Nonostante nel nostro Bel Paese dei Comuni e delle Parrocchiette ben difficilmente le notizie riguardanti gli eventi culturali riescano a superare i confini provinciali – Como e Varese distano una trentina di chilometri, sarà mica normale che non se ne sapesse nulla? – sabato 25 luglio circa 500 fans paganti più uno – che sarei io – erano lì ad aspettarli, comodamente seduti al riparo di una pregevole tensostruttura posta all’interno dei Giardini Estensi.

A scaldare il pubblico è toccato alle suggestive composizioni del talentuoso chitarrista varesino Luca Pedroni, ispirate alla tradizione flat-fingerpicking e proiettate in una dimensione sperimentale dal sapore new age, il quale ha poi ceduto il palco agli Hot Tuna: Jorma Kaukonen, Jack Casady e Barry Mitterhoff.
I primi due rappresentano un pezzo della storia del rock e non necessitano di grandi presentazioni: nucleo storico della formazione concepita inizialmente come costola dei Jefferson Airplane, ne sono da sempre il cuore e il motore; quanto a Barry Mitterhoff, benché li frequenti ormai da tempo, è un acquisto relativamente recente e merita una piccola introduzione… musicista di spicco della nuova scena bluegrass, eclettico e curioso, ha militato in innumerevoli formazioni, dimostrando una particolare attrazione per quelle “progressive” e aperte alle contaminazioni tra generi. Esempi in questo senso ci vengono dalla sua collaborazione con Margot Leverett and the Klezmer Mountain Boys, in cui musica bluegrass e klezmer divengono una cosa sola, o da quelle con Hollywood e le colonne sonore scritte, tra gli altri, per registi come Joel ed Ethan Coen.

hot-tuna_varese_2009-37 Tornando al concerto, il brano d’apertura è “Blue Railroad Train”, da “Blue Country Heart”, e con esso la platea è guidata in un’escursione di circa due ore lungo le radici della tradizione americana… la scaletta comprende classici di Lightnin’ Hopkins e del Rev. Gary Davis, come pure composizioni originali che ripercorrono l’intera carriera di Kaukonen: da “Izze’s Lullaby”, la delicata ninna nanna regalata alla figlia e inclusa nel suo ultimo “River of Time“, a “Embryonic Journey”, tratta da “Surrealistic Pillow” dei Jefferson Airplane e cui è affidato il commiato.
La voce di Kaukonen non risente del peso degli anni, la sua chitarra nemmeno. Jack Casady sfoggia il Signature Bass al quale ha dato il nome, da lui stesso sviluppato in compagnia degli ingegneri Epiphone, Mitterhoff si alterna tra il mandolino e un’insolita  chitarra tenore, strumento a quattro corde assai in voga negli anni ’30 e ’40.
hot-tuna_varese_2009-19 Gli elementi portanti della musica degli Hot Tuna restano il legame con la tradizione country blues e l’improvvisazione, grazie al sorprendente affiatamento Casady e Kaukonen sanno scambiarsi continuamente il ruolo di solista e accompagnatore, sino a intrecciarsi e fondersi in un tutt’uno compatto e indissolubile. Mitterhoff prende parte al gioco con estrema naturalezza e il suo contributo risulta fondamentale specialmente nelle parti strumentali, per la capacità che gli è propria di esaltare le potenzialità melodiche del mandolino.

Una lezione di stile, quella degli Hot Tuna, che non manifestano alcuna propensione a ostentare virtuosismi o trucchetti per ingraziarsi il pubblico… dalla loro hanno sincerità, conoscenza e passione, e tanto basta a far la differenza. Almeno, stando al calore degli applausi coi quali sono stati ricambiati.

La scaletta

  1. Blue Railroad Train
  2. Nobody Knows You When You’re Down and Out
  3. I’ll Let You Know Before I Leave
  4. How Long Blues
  5. Let Us Get Together Right Down Here
  6. Come Back Baby
  7. Nashville Blues
  8. Genesis
  9. I Know You Rider
  10. Izze’s Lullaby
  11. Been So Long
  12. 99 Years Blues
  13. Hesitation Blues
  14. I am the Light of this World
  15. Mann’s Fate
  16. Embryonic Journey

giu 20 2008

KEB’ MO’ al Festival “Dal Mississippi al Po”: la cronaca

Sabato 17 maggio chi si fosse trovato a gironzolare intorno al Teatro Politeama di Piacenza avrebbe certamente notato un certo fervore… e qualcosa di insolito: una serie di dobro faceva bella mostra di sé accanto all’entrata della sala principale, all’interno della quale 1350 comodissime poltrone erano pronte ad accogliere i fortunati che di lì a poco avrebbero assistito al concerto in solitaria di Keb’ Mo’, unica data europea. Il contesto è quello del festival “Dal Mississippi al Po” organizzato dalla Cooperativa Fedro e dall’Associazione Blues in Piacenza, che si sono fatte abbastanza coraggiose da decidere di includere nel programma un evento a pagamento di altissimo livello.

La sfida di questa quarta edizione sta nel tracciare un parallelo tra musica nera e letteratura noir, premessa che giustifica la presenza sul palco di un oratore d’eccezione: lo scrittore inglese John Harvey, anch’egli ospite della rassegna. Harvey sembra gradire il gioco, si cala nella parte e prende a spulciare tra i propri ricordi dell’“American Folk Blues Festival”, grazie al quale ebbe il privilegio di assistere all’esibizione di artisti come Muddy Waters e Sister Rosetta Tharpe. Fu lo spirito di quella gente a colpirlo più di ogni altra cosa e, se qualcuno necessitasse di rassicurazioni in merito, è pronto a garantire che nel cinquantasettenne chitarrista californiano dal quale sarà raggiunto ne alberga della stessa qualità.

Altissimo, dinoccolato, cappello in testa, Keb’ Mo’ ricambia il caloroso saluto del pubblico raccogliendo una delle tre chitarre sistemate sul palco e lasciando che siano “Ain’t No Secret” e “France” a parlare per lui: di non essere un gran chiacchierone lo aveva confessato poche ore prima in occasione della conferenza stampa tenutasi al Gran Caffé Ranuccio… affrettandosi ad aggiungere che, se così fosse stato, si sarebbe buttato in politica e non nella musica. L’atmosfera è intima, confidenziale. Due ore circa di concerto in bilico tra blues tradizionale e ballate che, spogliate e scarnificate dai raffinati arrangiamenti pop caratterizzanti le registrazioni in studio, acquisiscono un tono immediato in cui le note si trasformano in una sorta di ponte teso tra le corde della sua chitarra e quelle più intime degli ascoltatori. La dimensione del teatro valorizza, se mai ce ne fosse bisogno, la voce calda e avvolgente di Keb’. Diciassette i brani in scaletta, bis compresi, suddivisi in modo equilibrato tra i vari albums. Tra essi trova spazio una sola cover: “Kindhearted Woman Blues” di Robert Johnson. “The Suitcase” viene eseguita con dobro e armonica, incalzata subito da “You Can Love Yourself” e “Soon As I Get Paid”, brani che ben esprimono la sensibilità di Keb’ verso i problemi delle persone comuni e le tematiche sociali. L’approccio ai testi è articolato e in questo senso, per complessità e ricchezza, si distaccano sensibilmente da quelli cui la tradizione ci ha abituati. Dai versi traspaiono consapevolezza e impegno più che sregolatezza, e certo non è un caso che l’artista abbia aderito al programma “No Nukes” contro il nucleare o, insieme a Jackson Browne e Bonnie Raitt, sostenuto Kerry alle presidenziali del 2004 con il tour “Vote For Change”.

Tra i momenti più intensi citerei “The Action”, “The Hitch” e “Henry”, una toccante ballata per dobro e bottleneck dedicata a Henry Saint Clair Frederick, che introduce con queste parole: «Un bluesman del passato e del presente. Un uomo che non solo ha mostrato la via, ma l’ha anche pavimentata». Per chi non lo avesse capito, è di Taj Mahal che sta parlando.
Giunti infine al momento dei bis, Keb’ affida il proprio commiato a “Every Morning” e “Perpetual Blues Machine”. Fa per andarsene, ci ripensa, tentenna indeciso tra le chitarre e, imbracciatane una, intona un’ultima “Muddy Waters”. Poi se ne va per davvero, purtroppo.

Gli albums di KEB’ MO’ >Ordina da IBS Italia


apr 16 2008

MICK TAYLOR’s Italian Affair: il concerto a Milano

mick-taylor_dylan-nizza.jpg La prima volta che vidi Mick Taylor in azione fu a Nizza, in Francia, il 17 giugno 1984, quando il “Never Ending Tour” di Bob Dylan fece una sosta allo Stade de L’Ouest per un triplo appuntamento: Joan Baez, Carlos Santana e, naturalmente, il Maestro in persona accompagnato da Mick alla chitarra. Che dire? Tuttora non ho parole! Era davvero troppo per un moccioso come me, cresciuto ascoltando “Sticky Fingers” e “Get Yer Ya-Ya’s Out!” dal mattino alla sera! Mick fu assolutamente brillante. So che è tuttora molto orgoglioso di quel tour e del lavoro fatto in studio con Dylan, e ne ha tutte le ragioni.
L’ho rivisto a Milano, l’11 novembre 2007… da molto non rimetteva piede in Italia, e il clima di aspettativa era tangibile. L’Alcatraz era il posto, la tre giorni del “Guitar Fest” l’occasione e il concerto di chiusura il momento. Tra il pubblico pullulavano i musicisti, tutti in cerca del magico “vibrato” di Taylor.
Immediatamente prima che le porte si aprissero per accogliere lo “zoccolo duro” dei fans di Mick, lui se ne stava dritto sul palco a suonare “I Can’t Be Satisfied”. Era solo il sound-check, d’accordo… ma quando gli capita di suonare il blues, è uno che sa davvero il fatto suo.
A supportare il leggendario tocco di Mick c’era una solida rock band: Jeffrey V. Duffelen [batteria], Rudy Weber [basso], Rob Geboers [tastiere] e Barry Mc Cabe [chitarra]. Barry è un musicista, cantante e compositore di grande talento, già visto al fianco di Rory Gallagher durante il suo ultimo tour.

mick-taylor_2007-01.jpg L’apertura l’hanno affidata a “In The Dead Of Night” di Barry Mc Cabe [dal CD "Beyond The Tears"], un’asciutta, ipnotica ballata rock guidata dalla sezione ritmica, sostenuta dai due “uomini Gibson” e colorata appena da qualche pennellata dell’Hammond di Rob. “Fed Up With The Blues” a seguire, poi “Late At Night – Tore Down” e a noialtri non è servito molto per capire che il suono di Mick aveva definitivamente abbandonato le suggestioni latine in favore di un blues rock vigoroso, in puro stile texano.
Intanto nell’area del backstage si muoveva un tipo davvero speciale… nientemeno che Mr. Sugar Blue, un buon amico degli Stones sin dai tempi di Exile, e Mick lo ha invitato a saltare sul palco per suonare la sua armonica in “Catfish Blues”.
Si sono poi susseguite “Johnny Nobody”, un rock ‘n’ roll di Mc Cabe con un buon testo e qualche sfumatura alla Dave Edmunds, e “It Takes Time”. Sugar Blue è tornato nelle successive “Losing My Faith” e “Stop Breaking Down”.
Un’altra canzone di Mc Cabe, “Lonely Road”, ha anticipato una lunga, ispirata cover di “Blind Willie McTell” arricchita da alcuni riff di “Layla” e “All Along The Watchtower”: il momento più intenso della serata, certamente.
Il tempo di salutarsi è venuto con “Can’t You Hear Me Knocking” e una toccante versione di “No Expectations”, entrambe arricchite dalla magica armonica di Sugar Blue.
Grande spettacolo, insomma: più di due ore di buona musica e un Mick rilassato che sembrava apprezzare sia il pubblico, sia la calda e amichevole atmosfera creatasi. Ma non avrebbe dovuto essere poi troppo sorpreso: ci era mancato, e sono certo che ora lo sa.


apr 15 2008

GENE TAYLOR live All’Unaetrentacinquecirca [Cantù, 07/03/2008]

L’appuntamento è All’Unaetrentacinquecirca di Cantù, e questa non è una sorpresa. Dove altro potrebbe essere? In provincia di Como il locale di Carlo Prandini rappresenta l’ultima oasi felice per la musica di qualità e, parlando di un concerto di Gene Taylor, da questo punto di vista uno sa di poterci andare sul sicuro.
Alle 23 di venerdì 7 marzo 2008 tutti i tavoli sono ormai gremiti di una piccola folla curiosa ed eterogenea: bikers con o senza moto che Gene lo ricordano per la militanza nei Canned Heat, appassionati di rock ‘n’ roll che gli album dei Blasters li hanno tutti rigorosamente in vinile, cultori del blues diretto e senza troppi fronzoli alla Fabulous Thunderbirds… nonché qualche pistolino che un vero pianista boogie-woogie in azione non l’ha mai visto. E non intende perderselo.

gene taylor 2008-02.jpg Gene Taylor non si fa attendere né pregare, pacato e massiccio punta risoluto verso il palco seguito a ruota da due degni compari: Marco e Franco Limido, il cuore della Family Style Band; due fratelli che, in una ormai decennale carriera, sono riusciti a guadagnarsi ampi consensi e stima all’interno del circuito blues europeo e non solo.

Il repertorio alterna brani blues, in cui l’armonica di Franco e la chitarra di Marco sono solide e ben presenti, ad altri tipicamente boogie in cui le loro note, in riverente rispetto, si fanno rarefatte e sfuggenti. Tra i brani targati Limido “Everytime You Smile” e una coinvolgente rivisitazione di “Diving Duck Blues”, poi tocca alla voce densa e asciutta di Gene farsi sentire. “Sugar Bee”, “Jambalaya”, “Rainin’ In My Heart” di Slim Harpo, “Down The Road A Piece” sono solo alcuni dei brani in scaletta.

gene taylor 2008-05.jpg Gene Taylor apre la seconda parte del concerto in solitaria eseguendo in rapida successione vecchi standard come “Pine Top Boogie-Woogie” e “Honky Tonk Train Blues”. Disinvolto, tranquillo, senza mai indulgere a gigionerie di sorta, Gene suona così come ha imparato dai vecchi Maestri che era solito scarrozzare in giro per la California con la sua patente falsa: semplicemente lasciando che le dita si rincorrano sulla tastiera in assoluta scioltezza. Il talento, si sa, non necessita di un gran contorno.

Dopo circa due ore di concerto eccoci infine al momento del commiato: i saluti vengono affidati a un incalzante “Boogie Medley” annunciato dalla slide di Marco Limido, esplicito omaggio ai Canned Heat. Il cappello ben saldo in testa, Gene non perde una mossa dei due compagni e tira delle gran zampate alla tastiera, con Marco e Franco che filano come treni e il pubblico surriscaldato ormai in loro balia. Fino alla fine. Gran serata, sissignore.


dic 08 2007

Danny “Mudcat” Dudeck: il tour europeo 2007 passa per Milano

mudcat_nidaba_2007-05.jpg Anche quest’anno Danny “Mudcat” Dudeck non si è dimenticato di includere l’Italia nel suo Tour europeo, rinnovando così l’appuntamento coi suoi ormai affezionati fans al Nidaba Theatre di Milano. Un’unica data, il 12 novembre, prima di ripartire per la Svizzera e tornarsene ad Atlanta, Georgia, con l’inseparabile Gibson anni ’60 modificata con un pick up DeArmond a tracolla e il cappello ben calcato in testa.
A farlo conoscere qui da noi fu Norman Hewitt che, dopo averlo visto entrare a passo di marcia con washboard, flauti e armoniche al seguito in un’affollata sala da ballo dell’Alabama o giù di lì, decise di portarselo al Blues to Bop, l’importante rassegna ticinese di cui è il direttore artistico. Correva l’anno 1996.

Da allora Danny è tornato puntuale quasi ogni anno, partecipando anche ad alcune edizioni successive del festival e, in solitaria o con formazioni inconsuete e sorprendenti, ha dato vita a vere e proprie scorribande musicali un pò in tutto il nostro paese. Ora la sua base nel Vecchio Continente è divenuta Parigi, dove a prendersi cura di lui è la manager Katerina Böhmova, mentre in America combina la carriera solista alle collaborazioni ormai storiche con Taj Mahal, Dickey Betts e la Music Maker Relief Foundation.

Sotto i faretti del Nidaba, davanti a una piccola folla, l’annunciata “Four Continents Blues Band” si rivela essere una “Three Continents Blues Band” perché imprevisti dell’ultim’ora hanno reso impossibile la presenza di Yoshito, l’incontenibile armonicista giapponese che già scortò il nostro “Pescegatto” tra Francia, Belgio e Olanda… ma il camerunense Bika “Bika” Pierre al basso e il francese Merlin alla batteria dimostrano di sapersela cavare egregiamente anche da soli, spiegandosi in una poderosa sezione ritmica alle spalle di Danny.

mudcat_bika_merlin-05.jpg mudcat_bika_merlin-01.jpg

Sin dai primi brani è chiaro a tutti che il suono, pur conservando la forte connotazione Piedmont Style che già lo contraddistingueva, è ormai diventato un solido southern rock a tutti gli effetti: potente, caldo e sensuale come il buon Wild Turkey che ogni tanto si vede transitare sul palco e svanire con uno scintillio.
A caratterizzare l’attuale formazione è l’assenza di voci che affianchino quella di Danny, se non per i cori in brani come “Walk on”, mentre in passato l’intreccio di armonie vocali era quasi il fulcro delle sue esibizioni dal vivo.
mudcat_bika_nidaba_2007-02.jpg Ora l’attenzione è spostata sulle interazioni tra gli strumenti, con la slide sempre più in primo piano su una base che, grazie al background musicale non strettamente blues di Bika e Merlin, è arricchito da sfumature inusuali.

La scaletta scorre senza interruzioni, e si tratta in gran parte di composizioni originali tratte da “Get your House in Order”, “The mess is on” e “I’ll be young once too”, i tre album pubblicati dal 2005 al 2007, ma includono incursioni anche nei lavori precedenti nonché qualche standard ripescato dai più melmosi fondali del Mississippi. Niente roba alla “Sweet Home Chicago”, per intenderci.
«A questo punto avremmo una richiesta. Molti nostri fans non fanno che pregarci di piantarla col country, quindi è proprio quello che faremo ora.» e parte con il divertente tex-mex di “Te amo loco”, dal quale è difficile non lasciarsi coinvolgere.

mudcat_nidaba_2007-04.jpg L’atmosfera comincia a farsi rovente dopo la prima pausa, con Mudcat che raduna quante più ragazze gli è possibile sul palco e se ne va a suonare su uno sgabello proprio sotto di loro, per non perdersi lo spettacolo. Da quel momento in poi non sarebbe bastata una fucilata a fermarlo e, sotto lo sguardo preoccupato del gestore, se ne va a zonzo per la sala, balzando di tavolo in tavolo e intrattenendosi con chiunque si dimostri abbastanza incauta da dargli corda.

Quando poi finalmente decide di riprendere la via del palco sembra di udire più di un sospiro di sollievo provenire dal pubblico… ma la calma non sarebbe durata a lungo.
mudcat_nidaba_2007-03.jpg «Volete del rock’n'roll? Bè, lo avrete. Ma ricordatevi che dopo nulla sarà più lo stesso. E poi non venite a dirmi che non vi avevo avvertito!» e, sfoderato un ukulele, Mudcat attacca con la più indiavolata versione di “(I can’t get no) Satisfaction” che abbia mai sentito e già che c’è salta su e giù dal palco, corre, strepita, balbetta, singhiozza e strabuzza gli occhi, con Bika “Bika” e Merlin che a stargli dietro si divertono un mondo.
Due ore abbondanti di concerto sudato, sincero e appassionato che nemmeno una corda spezzata è riuscita a interrompere… mentre la sostituiva, piuttosto che niente, Danny ne ha approfittato per intonare un vecchio traditional a squarciagola.

E forse chissà, è proprio questa sua capacità di tenere il ritmo a divertire anche chi al blues non è avvezzo e a fare di Mudcat un personaggio davvero speciale, in grado di catturare l’attenzione di chiunque. E di tenerla ben stretta per le palle sino a che qualcuno riesce a staccargli la spina.


lug 26 2006

L’anima di un uomo secondo Eric Burdon e i suoi Animals all’Estival Jazz 2006, Lugano

eric-burdon@lugano-2006_04.jpg “Soul of a man”, il tour 2006 di Eric Burdon, è sbarcato in Europa e sabato 8 luglio ha preso il via dal palco di Lugano. Ospite con i suoi Animals della 28° edizione dell’Estival Jazz, la prestigiosa rassegna musicale ticinese, il grande vocalist non ha deluso le aspettative di una folla di fans vecchi e nuovi che attendeva la sua esibizione in piazza della Riforma.

Dei componenti originali degli Animals non è rimasto nessuno, ma Paula O’Rourke al basso, Eric McFadden alla chitarra, Red Young alle tastiere e Wally Ingram alla batteria sono musicisti che sanno il fatto loro e, perfettamente a proprio agio sulla scena, non sono parsi affatto intimiditi dai fantasmi che accompagnano Eric e il suo glorioso passato.

Dopo l’apertura affidata alle note di “Don’t Let Me Be Misunderstood” i quattro hanno seguito Burdon in un percorso segnato da successi quali “Baby Let Me Take You Home”, “The House of the Rising Sun“, “We’ve Gotta Get Out of This Place” sino alle recentissime interpretazioni “Soul of a Man” o “Kingsize Jones” tratte dall’album appena pubblicato, passando attraverso classici come “I put a spell on you” di Screamin’ Jay Hawkins, eseguito in un’appassionata versione mozzafiato.

Un piccolo fuori programma ha reso ancora più rovente la serata: George Clinton, cantante e fondatore dei Funkadelic, la storica band funky-psichedelica americana, non ha resistito alla tentazione di duettare con Burdon in “Bring it on home to me” e con lui ha condiviso il microfono.
Eric Burdon, visibilmente emozionato per l’accoglienza riservatagli dal pubblico, è stato poi raggiunto sul palco dal direttore artistico del festival Jacky Marti che gli ha conferito il premio alla carriera.

Il tour ora si è spostato in Spagna, ma nella seconda parte del mese di luglio toccherà alcune città del nostro paese: Asti il 17, Marghera il 18, Roma il 20 e Casoni di Luzzara il 21.