mar 13 2010

Vincenzo, le pecore, il Centro Nazionale Malattie Rare e il racconto di Massimo Baraldi

Il volo di Pègaso, Volume a cura dell' Istituto Superiore di Sanità - Centro Nazionale Malattie Rare

Il Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità ha organizzato la seconda edizione del concorso “Il Volo di Pegaso“, Massimo Baraldi1 ha partecipato col racconto “Le pecore di Vincenzo non piangono più” e anche se non ha vinto è finita che lo hanno messo on-line sul sito dell’istituto.

Se ti va di leggerlo non devi fare altro che seguire il link qui sopra. Comparirà un elenco, lo trovi in decima posizione in corrispondenza del codice S110.
Tutte le opere partecipanti sono state raccolte e pubblicate anche in un volume curato da Domenica Taruscio, Stefania Razeto e Paola De Castro. Se sia in vendita o meno non saprei dirlo… ma sono stati così cortesi da inviarmene una copia e posso garantire che si tratta di un gran bel lavoro.

Quanto a Vincenzo, lui è un bambino, e lo sarà per sempre. Proprio come tutti quanti noi.

  1. Se non lo avessi capito, Massimo Baraldi sono io.

feb 07 2010

[Art SPIEGELMAN] Maus

Maus, Art Spiegelman

Maus, Art Spiegelman

Che solo dalla storia si impara, tutti lo sanno. A tramandarla sono i vincitori, affinché le loro gesta illuminino i passi dei posteri in marcia ordinata verso la conquista del futuro. Se la scrivono e ce la cantano, attenti a turbare la nostra sensibilità solo quel giusto, che siamo dei bamboccioni e più di tanto non saremmo in grado di metabolizzarla.
Un fatto è un fatto, e come tale andrebbe trattato… eppure, non è così che funziona. La storia è una convenzione, più o meno universalmente accettata, tra le cui pagine persino i vinti trovano modo di rimbellettarsi un po’. Patteggiano, zompano sul carrozzone e si riscrivono, che a esser ricordato come un piccoletto d’animo non ci tiene nessuno. Manco fosse una vergogna. La storia, insomma, è per lo più una gran fregatura.
Prendi il “Giorno della memoria“: ventiquattro ore per ricordare, raccontare e, auspicabilmente, non dimenticare. Bello… ma, alle nostre latitudini, già il “Giorno della memoria selettiva” suonerebbe meglio, che qui le cose ognuno le rispolvera a modo suo. Come un italiano possa sentirsi meritevole di celebrare lo smantellamento di Auschwitz, non mi entrerà mai in testa. Girala come ti pare, ma resta un’appropriazione indebita di meriti altrui, un riciclarsi con destrezza nelle fila dei buoni – dalle quali restano ormai esclusi giusto “baffetto” e la sua ghenga di tirapiedi in bretelloni.

Dalla storia si imparerebbe, se solo la si conoscesse e, nel nostro caso, fosse accettata l’idea che noi italiani brava gente non lo siamo stati mai. Il 16 settembre 1943, proprio per quella destinazione, dalla stazione di Merano partì il nostro primo convoglio di deportati; il 5 settembre 1938 una folla festante di ometti adunchi, olivastri e riccioluti applaudì l’entrata in vigore dei “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista“, primi di una lunga e infausta serie di legiferazioni: queste sono le date che dovremmo appuntare nel calendario della patria memoria collettiva, il far finta di nulla e il negarci il diritto alla vergogna non contribuirà a renderci delle persone migliori.
Saremo sempre quelli dei cori negli stadi, dei “io non sono razzista, ma…”, pronti a impallinare un africano al suo rientro dai campi. E a indignarci se quello s’incazza e reagisce.
Del resto, non occorre andare molto indietro nel tempo per mettere a fuoco le anomalie connesse all’assenza di una coscienza storica. Parlando per me, sono cresciuto associando il nome di un uomo politico alla parola “ladro”, mi sveglio una mattina e scopro che quello non fu altro che la vittima sacrificale di un sistema, che è scoccata l’ora della riabilitazione e adesso ci tocca riparare intitolandogli una via o magari un parchetto. O che, per stare in tema di Shoah, al tavolo dei Santi stanno apparecchiando pure per Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, in arte Pio XII. Vabbe’. Sciolto il drappo della vergogna, gli resteranno almeno i versi di Pier Paolo Pasolini, a lui dedicati, come sassolini nelle belle scarpette rosse.

Dal trattare la storia con indulgenza non si impara un bell’accidente di niente. Proviamo sdegno davanti alla mattanza degli ebrei, come si trattasse di un orrore inconcepibile e ingiustificabile – cosa che peraltro è – ma, al contempo, di cambogiani, curdi, tutsi, musulmani bosniaci e kosovari non ce ne importa una cippa. Che, tradotto, significa che almeno sei milioni di uomini e donne sono morti invano.
La verità è che per il genocidio noi ci siamo portati, tutto ciò di cui necessitiamo è un pretesto per cominciare a darci da fare. La cultura avrebbe il potere di curarci, ma questa è effimera e, in assenza di una vera consapevolezza, non può garantire alcun beneficio.

Per fortuna ci sono ancora gli scampati, gente che quando parla sa ciò che dice e di cui ci si può fidare. Gente che “sanguina storia” come Vladek Spiegelman, un ebreo polacco sopravvissuto ad Auschwitz e, grazie al figlio Art Spiegelman, alla morte stessa.
Sto parlando di “Maus“, la trasposizione in tavole della quotidianità dei componenti di una famiglia di topi ebrei alla vigilia e attraverso la Shoah sino a un’America in cui ricordare. Topi gli ebrei, gatti i tedeschi, maiali i polacchi e così via, ognuno sempre ben identificabile anche a dispetto delle maschere che, quando è il caso, compaiono sui musi a confonderne i tratti.

Gli ci è voluto del coraggio, a Spiegelman. Oggi i tempi sono cambiati e al fumetto è riconosciuta una propria dignità, ma nei primi anni ’70 le cose andavano diversamente e il successo non era affatto scontato. Come non lo era che nel 1992 “Maus” si sarebbe aggiudicato un riconoscimento speciale in occasione della consegna dei premi Pulizter.
“Maus”: un’opera cupa e claustrofobica in cui nulla è lasciato al caso, dal linguaggio aspro e sgrammaticato di Vladek ai tratti apparentemente naïf delle chine, dal taglio espressionista delle vignette all’infinita serie di musi che le popolano, gli uni dagli altri indistinguibili. In cui non esistono buoni e cattivi ma solo vittime e carnefici, in cui le vittime sono tanto impegnate a sopravvivere da non aver tempo da perdere a star lì a mendicare la pietà di nessuno, in cui i carnefici sono ciò che fanno, in cui la narrazione è tanto asciutta da non offrire appigli ad alcuna attenuante intellettuale, in cui ognuno è ciò che è e ad accattivarsi il lettore nemmeno ci prova.

Un’opera magnifica, disturbante e, a suo modo, poetica che, nella sua semplicità, ci ricorda che la storia, quella vera, è fatta di piccole storie. E che, come scrisse Il Poeta

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Maus, Art SPIEGELMAN, Einaudi >Ordina da IBS Italia


nov 01 2009

Bye Bye MUSICA IN COLLINA…

Giulio Bianchi e Calvin Russell a Musica in Collina

Calvin Russell e Giulio Bianchi a Musica in Collina

Musica in Collina chiude i battenti. Con ben otto edizioni sul groppone e senza mai aver intascato un solo soldino, Giulio Bianchi ha capito di aver già dato abbastanza e si è deciso a staccare la spina per davvero. Musica in Collina, una rassegna itinerante e indipendente unica nel suo genere, che negli anni ci ha offerto concerti di personaggi come Joe Ely, Calvin Russell, John Trudell e Mick Taylor, che ci ha fatto scoprire talenti come Beatrice Antolini o i Cheap Wine, che ci ha reso più familiari i suoni e i profumi delle steppe mongole come delle scogliere portoghesi, degli altopiani tibetani e delle rive del Mississippi, da oggi non esiste più.

Una lotta impari, quella del buon Giulio… che ha retto sino a quando ha potuto: un programma già compilato, un ultimo assessore a far traboccare la Rassegna annullando all’ultimo momento il concerto di Diane Ponzio a Faloppio e il resto è venuto di conseguenza.

“Budget per la cultura troppo ridotto”, questo è il ritornello cantato in coro dai rappresentanti dei Comuni… e da oggi dovremo quindi farci bastare quella delle sagre paesane e dei fuochi artificiali in onore del Santo Patrono di turno, in una provincia comasca che sembra ormai ripiegarsi sulla propria miopia. Nel capoluogo abbiamo pur sempre una Grande Mostra su cui contare, vabbe’… solo, quante volte dovremmo andarcela a vedere? E ci sono altre rassegne, chi lo nega… ma nessuna di pari livello qualitativo. E tantomeno abbastanza coraggiose da sfidare i rigori della stagione invernale.
Mancanza di fondi, la sintesi del discorso è più o meno questa: i tempi sono duri, i bachi da seta morti e sepolti, i gelsi ormai sfioriti e chi può se ne va a covare le uova a basso costo del Sol Levante lasciando ai polli nostrani un domani da cassintegrati o disoccupati. Brutta storia, insomma.

E così Musica in Collina se n’è andata, con la stessa discrezione che ne ha caratterizzato l’esistenza. Tempo fa ne hanno dato il triste annuncio alcuni giornalisti, come Alessio Brunialti sulle pagine del quotidiano locale… ma per il resto nessuna voce si è levata a rompere il silenzio e invocarne il ritorno. Nemmeno da parte del fitto quanto intricato sottobosco di Associazioni Culturali, che per non sbagliare han preferito continuare a farsi gli Associati e i finanziamenti loro.

Tutto bene quel che finisce bene? Boh, qui un lieto fine non mi pare che ci sia… l’ultimo si ricordi comunque di chiudere la porta. E di spegnere la luce.


lug 16 2009

JOHN TRUDELL, il tour italiano e l’intervista

john_trudell.jpg La prima intervista, come il primo amore, non si scorda mai. Dicono. Se poi è di John Trudell che si parla, è vero senz’altro. O, almeno, lo è per me… perché Trudell è un personaggio fuori dal comune, come fuori dal comune è stata la sua vita. Trudell è un reduce: del Vietnam, delle lotte per i diritti civili dei Nativi Americani, della vita. Trudell è un uomo che ha attraversato l’inferno ed è stato capace di lasciarselo alle spalle con uno sberleffo. Un uomo che conosce il valore della consapevolezza e che, per usare le parole di Bob Dylan, “le canzoni le racconta, invece di cantarle“. Comunque sia, se ti va puoi leggerla qui.

L’ho incontrato nel 2006, poi da allora in Italia non si è più visto. Sappi che sta preparandosi a tornare per un breve, intenso tour che toccherà tutta la nostra penisola e terminerà il 27 luglio. Giusto un giorno in anticipo sulla data in cui, dopo 15 anni di attesa, si riunirà la commissione incaricata di riesaminare il caso di Leonard Peltier e decidere se lasciarlo ammuffire nel carcere di massima sicurezza di Waymart, Pennsylvania, o concedergli finalmente la libertà condizionata.

Questi i concerti confermati:

22/07/2009 > ASTIMUSICA @ Asti
23/07/2009 > FOLKEST @ Spilimbergo -UD-
24/07/2009 > Parco Comunale di Villa Glisenti @ Villa Carcina -BS-
25/07/2009 > STRADE BLU @ Forlì
26/07/2009 > PRIMITIVO 2009 @ Gravina -BA-
27/07/2009 > SUMMER BLUES FESTIVAL @ Salerno


lug 10 2009

[Marjane SATRAPI] Persepolis 2.0

Giusto in questi giorni stavo chiedendomi che fine avesse fatto Marjane Satrapi e se avrebbe detto la sua riguardo Ahmadinejad, Moussavi e la rivolta post-elettorale che dal 13 giugno sta infiammando le strade iraniane. Se l’abbia fatto oppure no, be’, ancora non lo so… posso però dirti che tali Payman e Sina hanno provato a colmare il vuoto estraendo alcune tavole da Persepolis e riadattandole al nuovo contesto. Il risultato è Persepolis 2.0, che puoi scaricare liberamente su www.spreadpersepolis.com.
I disegni non sono cambiati, certo… ma nemmeno la storia lo è.

AGGIORNAMENTO: il dominio di cui sopra è stato cancellato e quindi se il file lo hai scaricato a suo tempo bene, altrimenti ciccia.


giu 02 2009

[Marjane SATRAPI] Persepolis

Tempo fa ho conosciuto un pittore, uno strano tipo con la fissa della scomposizione. L’idea, in sé, un senso ce l’aveva pure: prendi una cosa, la sfrondi del superfluo e la scomponi fino all’essenza, al segno. Da un punto di vista strettamente pragmatico, non fa una piega. Sono stato un po’ lì a guardare i suoi quadri, perplesso: cambiavano colori e titoli, ma i soggetti erano sempre righe. O punti. Lui ne era molto orgoglioso e io, non sapendo che altro dire, gli ho fatto notare che la morosa stava aspettandomi e sono andato fuori dalle balle. Il fatto che una morosa non ce l’avessi è un dettaglio, e come tale non sarà preso in considerazione.

L’altra sera mi son rivisto Persepolis, e finalmente ho capito. La storia è un bluff, non ci dice nulla. Uno si riempie la testa di telegiornali, si gonfia tutto di opinioni e… se si mettesse a sfrondare le cazzate, si renderebbe conto di non sapere un accidente. Prendiamo l’Iran, per esempio: ma ci voleva davvero un film a cartoni animati per raccontare il dramma di un popolo? E se a Marjane Satrapi non fosse venuto in mente di tirar fuori un fumetto dalla propria storia? E a Vincent Paronnaud di darle una mano a farne un cartoon? E alla mia amica di consigliarmene la visione? Sarei rimasto bestia come prima, è scientifico.
Le cose sono semplici, le parole solo parole e le persone solo persone, siano esse iraniane, birmane, palestinesi, albanesi o macedoni. Non ci credi? Guardati il film, poi ne riparliamo. Oh, tranquillo, non è tempo perso. A momenti si vinceva pure l’oscar.

Persepolis, Marjane SATRAPI, Rizzoli >Ordina da IBS Italia


apr 17 2008

Alberto Carli, il Tibet e un contributo di Massimo Baraldi

Il clima cinese non è dei più indicati per la salute dei monaci, specialmente quelli tibetani. C’è chi si indigna, chi se ne sbatte, chi si indigna e però se ne sbatte. Se ne parlava con Alberto Carli, tempo fa, e dopo qualche giorno mi è venuta voglia di scrivere la mia. Lui ha letto, e apprezzato.

Questa è la premessa per dire che sabato 26 aprile Alberto Carli, sempre accompagnato da Francesco “Cesco” Iacometti alla chitarra, interpreterà il mio testo “Salva il culo a un monaco, spegni la tv” in apertura del suo reading. Pensavo scherzasse, e invece no. Tutto questo a Imperia, presso la libreria “Orlich” di via Amendola, 25. Alle 18 ora locale. Io non potrò esserci, peccato.

I due proseguiranno poi con alcuni brani tratti dal libro “Solitudini” di Annamaria Trevale e “I 18 principi fondamentali” del Dalai Lama. Interverranno la giornalista Viviana Spada, autrice di un libro sul Tibet, e il rappresentante dell’Assessorato delle Politiche Giovanili Paolo Strescino.

Organizzatore degli eventi è Alberto Carli con la sua Associazione Culturale Olivo Nero. Infoline: 0183 292894


apr 04 2008

Salva il culo a un monaco, spegni la tv.

Le Olimpiadi si avvicinano e in Cina il buonumore dilaga: i governativi sorridono ai riflettori senza smettere di inchiappettarsi i monaci -che non ci trovano niente da ridere- e, con le mani libere, dispensano al contempo qualche tiratina d’orecchi a chi ci trova qualcosa da ridire.
Ingenui. Stanno sbagliando di grosso, stavolta, perché noialtri ai monaci gli si vuol bene. Mica lo sanno con chi hanno a che fare: pure coi fiocchetti rossi, ci siamo addobbati. Ieri sera alla tele un tale sosteneva che boicottare l’evento sarebbe un gesto troppo estremo… piuttosto, alternativa auspicabile, tutti in fila ai cancelli e sugli spalti con una bella sciarpetta bianca al collo! Forte. Una soluzione poco estiva ma di sicuro effetto: per i cinesi quello è il colore del lutto, figurati se così non gli si ammoscia. E vedrai quante altre ce ne vengono in mente.

Ingenui. Il potere è nostro, e ne abbiamo piena coscienza. Lo abbiamo dimostrato in passato mettendo in ginocchio l’industria dei polli, lo stiamo ribadendo con le bufale e le loro mozzarelle: non siamo tipetti da lasciarci abbindolare. E stiano all’erta i vignaioli, che tra un po’ ce ne sarà pure per loro. I governi tentennano? Indugiano? Balbettano? Temono che il prossimo culetto in lista sia il loro? Be’, siamo grandi per nasconderci sotto la bandiera della Mamma Patria, di un alibi di Stato non sappiamo che farcene.
A suo tempo il Dalai Lama mica ce lo siamo filato, è vero… ma quel giorno lì si aveva tutti un po’ da fare. Anche lui non è che può arrivare qui quando gli pare. Ora è diverso: siamo avvisati per tempo e non prenderemo altri impegni. Lascino fare a noi: lo sappiamo benissimo che, tenendo spenta la tv, salveremo il culo a un monaco.