lug 21 2010
[Andrea PAZIENZA] Astarte
Sottovalutato quando sarebbe stato il momento e beatificato poi solo a suo tempo, Andrea Pazienza incarna meglio di qualunque altro artista a me noto quanto penosa possa essere la condizione di genio in assenza di una lampada-corazza su cui contare: nessuna protezione dalle difficoltà della vita e tantomeno dalla grettezza dei “guappi di carta stampata” di turno. Praticamente un gamberetto sgusciato, in balia di “quella sensibilità vana ed esasperata che lo faceva soffrire di tutto come fosse d’amore”.
Certo, i cortiletti del nostro Bel Paesello pullulano di soggetti pronti a reclamare a gran voce l’onore della pubblica ingallonatura… ma questo è un altro discorso, gli aventi diritto sono merce rara. A penalizzare il buon Paz fu probabilmente l’incapacità di annichilirsi in un personaggio seriale e conformarsi agli standard del fumetto, ma per certe malizie puoi esserci portato oppure no. Per lui, era buona la seconda.Instabile almeno quanto inaffidabile, la scimmietta che accudiva e si tirava sempre dietro non gli semplificò certo l’esistenza: del loro rapporto finì col consegnarci uno struggente ritratto in “Pompeo”, e tanto la tenne stretta a sé da permetterle di portarselo via. Accidenti a lui. Una brutta storia… per quanto, paradossalmente, l’opera di Andrea Pazienza sgravata dall’imbarazzante soma della sua presenza fu sdoganata negli ambienti che contano tra un fioccar di riconoscimenti e pubblici sgrullamenti: Spaz era finalmente una rockstar a tutti gli effetti.
Raschiando il barile della sua produzione i tipi della Fandango si sono imbattuti nell’ultimo “Astarte” e, a riprova di quanto scritto poc’anzi, per la prefazione hanno scomodato niente meno che il numero uno delle classifiche e dei classificati: Roberto Saviano. Le cui quotazioni, va detto, viaggiano al ribasso, almeno da quando ci si è accorti che la criminalità organizzata stava compromettendo l’immagine dell’Italia all’estero e l’attuale governo l’ha quindi debellata cancellandola per decreto. Va aggiunto che, sia come sia, le sue dita si rincorrono tra parole incapaci di evocare il calore -o quantomeno il colore- di quelle spese in passato da personaggi come Vincenzo Mollica, Pablo Echaurren o Stefano Benni… ma stiamo parlando di gente che gli voleva bene e, a sua discolpa, è giusto ricordare che il Maestro si congedò nel 1988 quando Saviano, classe 1979, portava ancora le braghette corte. Tra le sue righe si leggono ammirazione e rispetto, tanto può comunque bastare.
Bellissima edizione, cartonata e con le tavole opportunamente scorporate al fine di enfatizzarne lo splendore, “Astarte” è l’opera incompiuta dedicata al cane di Annibale, enorme molosso nero in cui convivono ferocia e viltà, rigore e piscionaggine. L’ultima. Una nota della sua amata Marina Comandini ci informa che Paz conobbe Annibale sulle pagine della biografia scritta da Gianni Granzotto e… uno che la resistenza se la sparò in vespino sul Gargano, come avrebbe potuto non innamorarsi di un condottiero ancora più meridionale di lui e capace di tenere in scacco i romani per tutto quel tempo? La storia è poi sì quella dell’eroe cartaginese, ma Paz preferisce giocare di sponda e lasciare che sia il suo servo più fedele a raccontarla: insieme avrebbero dovuto raggiungere Zama, in un viaggio che qui si ferma prima del tempo… la disfatta di Andrea Pazienza arrivò ben prima della loro.
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