
Niccolò AMMANITI, Io e te
Gli autori che leggo, perlopiù, sono morti e sepolti. Oppure non godono di buona salute. È un modo come un altro di guardare alla cosa ma, essendo questa una prospettiva per me inedita, potremmo considerarla un’illuminazione. Una di quelle robe alla Rimbaud, per intenderci, seppur non altrettanto ammaliante. Me sono stato un po’ lì a rifletterci su: non sarà carino a dirsi ma è un fatto, non posso che prenderne atto.
Ora, le illuminazioni solitamente viaggiano a braccetto con le ideone. Nello specifico, la mia premeva perché acquistassi un best seller. Uno qualunque, giusto per svecchiarmi un tantino. Analizzata la classifica dei libri più venduti nel nostro Paesello, previa epurazione dai manuali di cucina, non è che restasse poi quella gran scelta: Lei e lui di Andrea De Carlo o Io e te di Niccolò Ammaniti. Con il primo penalizzato dalle sue 568 pagine non-una-di-più-non-una-di-meno, deterrente assai convincente. Contro le 117 dell’altro. Sfoggiando poi il secondo un titolo che pur non brillando per genialità esprime un certo senso di intimità io, tipetto che gli affaracci suoi se li sa fare piuttosto e anzichenò, ho optato per quello e me lo son messo nel carrello. Che da quando in libreria non ci sono più i librai, i libri conviene prenderseli al supermercato col 30% di sconto. O affidarsi ai pacchetti di IBS.it se sei un buongustaio e te li sai scegliere pure da solo.
Arrivato a casa mi sono studiato un po’ la copertina, l’impaginazione, la spaziatura e le note: edizione tutto sommato anonima per un lungo racconto da € 0,85 a pagina in cui sono impressi l’ora, il prima e il poi di Lorenzo Cuni, giovane uomo che fu ragazzino. Un quattordicenne odioso, a voler pignoleggiare. Di quelli tanto radicati nel loro mondo che, pure a ripiantarli altrove, quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così che si portano cucite addosso – pur non avendo necessariamente visto Genova – bastano a denunciarne la condizione. Se non fosse per la sua antipatia, il tipo passerebbe tranquillamente per uno dei pistolini di casa Caulfield. Uno di quei genietti solitari e introversi con poco da spartire con l’ambiente in cui crescono, per intenderci. Al lettore bastano poche righe per inquadrarlo: un moccioso piagnucoloso, mammone, borghesuccio, viziatello nonché sfigatello. Niente a che vedere coi personaggi di Salinger, insomma. E a questo punto sorge spontanea la prima domanda: davvero Ammaniti ritiene che il lettore possa sviluppare un qualunque tipo di empatia con il suo protagonista? Le vendite sembrerebbero dar ragione a lui e torto a me. Ed ecco allora la seconda: cos’è andato storto nel mio rapporto con l’umanità se nemmeno sono in grado di coglierne carattere e umori? Ad affogarmi nel pentolone di Benedetta Parodi mi sarebbe andata forse meglio?
La trama, in sé, è semplice: messo alle corde da genitori decisi a stimolarne la socialità e non avendo un solo amico su cui contare, un ragazzino racconta loro di esser stato invitato in montagna dai compagni di scuola e si trasferisce invece in cantina con playstation, tv, tonno in scatola e altre vettovaglie. Ma alla vita non c’è scampo, e sarà proprio questa a bussare alla porta del suo nascondiglio vestendo i panni della sorellastra Olivia.
Un libro curioso, per certi versi, tra le cui pagine mi aspettavo di trovare ardite acrobazie sintattiche. Ma Ammaniti non è Alessandro Baricco – che poi a volerla dir tutta nemmeno Alessandro Baricco è più Alessandro Baricco – e sceglie di affidare la propria modernità a una scrittura che, pur ordinata, non brilla che per pigrizia in un romanzo partorito come di malavoglia. Così, per contratto. Un libro fatto di appunti da sviluppare, personaggi da collocare e contesti da creare, che di una cantina con bagno e finestrella io non ho mai sentito nemmeno parlare. Dove qualunque altro ragazzino si sarebbe portato l’acqua minerale, magari con le bollicine. Lui no, sceglie dodici bottiglie di Ferrarelle, i romanzi di Stephen King e fumetti Marvel quanto basta. Fissato con le marche, non vede la maglietta di Olivia ma lo stemmino Camel apposto su di essa, le sigarette che osserva bruciare tra le sue dita diventano Marlboro o Muratti, ai piedi del padre mette le Church’s, delle auto specifica ossessivamente il modello. Strano tipo, Lorenzo Cuni. Se poi ci mettiamo che, seduto al suo capezzale, soddisfa quello che potrebbe essere l’ultimo desiderio della nonna morente raccontandole la storia del robottino pulisci-piscina programmato per ammazzare Saddam Hussein, direi che è davvero mal messo.
Curiosità n° 1: questo libro ha scalato le classifiche.
Curiosità n° 2: Niccolò Ammaniti rende omaggio alla Trilogia della città di K, piccolo capolavoro dell’ungherese Agota Krystof, lasciandolo ammiccare al lettore per un istante da una delle casse che ingombrano la cantina. A rammentargli che, se già non l’avesse letto, si sarebbe perso qualcosa.
Io e te, Niccolò AMMANITI, Einaudi >Ordina da IBS Italia