Un personaggio curioso, Amélie Nothomb. Di cui si fa un gran parlare, complice forse l’aspetto bizzarro al quale viene istintivo associare uno stile estroso o, quantomeno, alternativo. Una scrittrice di culto, incensata e osannata a destra come a manca, capace di lanciare un nuovo libro in pasto a pubblico, classifiche ed editori con cadenza rigorosamente annuale. Così, per principio. Che puntualmente viene adattato per il teatro, quando non per il cinema. Così, per conseguenza.
Personalmente non sono mai stato tentato dall’avventurarmi tra le pagine delle sue opere e, volendo indagare in merito, ammetto che la mia scelta è motivabile solo impugnando ragioni che non sono affatto ragioni: semplicemente, rivendico il diritto di essere prevenuto nei suoi confronti. Perché? Be’, tanto per cominciare nutro un’istintiva diffidenza per tutto ciò che è di culto e, se ci si sofferma sull’idea che oggi come oggi persino le più bieche produzioni cinematografiche degli anni ‘70 vengono sdoganate come tali, non ritengo di dover esser cosparso di miele e appeso per i pollici a testa in giù sopra un formicaio solo per questo. Poi, tanto per proseguire, se i francesi raccontano così tante barzellette sui belgi, una ragione dovrà pur esserci. E infine, tanto per concludere, detesto le birre di produzione belga.
Comunque sia, partendo dal presupposto che riconoscere i propri limiti è il primo passo per superarli, mi sono deciso a compiere anche il successivo: avrei letto “Acido solforico”, una delle sue ultime fatiche, pubblicata da Voland nel 2006. L’impresa non si è rivelata particolarmente ardua: 131 pagine condite con caratteri cubitali e stemperate da una generosa spaziatura equivalgono a circa un’ora del proprio tempo, più o meno.
“Acido solforico” è una sorta di indagine sulla degenerazione dei media e al contempo un atto di accusa contro il pubblico, reo di esserne il germe ispiratore: è infatti la sua morbosità voyeristica a giustificare la produzione di “Concentramento”, un reality show ispirato alle condizioni di vita nei lager nazisti, in cui i concorrenti subiscono quotidianamente ogni sorta di soprusi da parte di kapò – animatori accuratamente selezionati per la loro grettezza e stupidità. Grazie al televoto gli spettatori possono poi interagire decidendo le eliminazioni che, naturalmente, avvengono tra indicibili sofferenze e sono trasmesse in diretta.
L’idea presenta spunti di riflessione interessanti e non è affatto malvagia, almeno per chi come me e Bergonzoni la televisione la guarda ma non l’accende quasi mai. E ritiene di non perdersi alcunché.
La prima cosa a colpirmi, però, è stata la povertà del linguaggio utilizzato nella narrazione. Certo si potrebbe essere indotti a scaricare il barile dei limiti lessicali su Monica Capuani, autrice della traduzione italiana… ma, proseguendo la lettura, mi son reso conto che anche personaggi e situazioni sono appena abbozzati, sarei quindi propenso ad assolvere la traduttrice con formula piena. La scrittura della Nothomb sembra scaturire da una ricerca estetica più che stilistica, e questo spiega il proliferare di personaggi la cui unica funzione è quella di incipriarsi vicendevolmente il naso.
Protagonista della storia è la bella Pannonique dal cui fascino nessuno è immune, eroina del format tanto forzatamente virtuosa da risultare insopportabile in netto anticipo sulla conclusione della prima parte del romanzo, al cui intorno i compagni di sventura gravitano come faretti badando a mantenerne ben illuminato il profilo. Co-protagonisti sono invece gli ormoni impazziti della brutale Zdena, kapò ossessionata dalla grazia e dalle grazie di Pannonique, che la indurranno a tentare il possibile e pure l’impossibile per sedurre e possedere l’oggetto di tanto desiderio.
Insieme mi hanno accompagnato in un mondo vago e nebuloso, all’interno del quale mi è venuto istintivo pensare che la giovane autrice belga si sia bruciata l’occasione di scrivere un buon libro. E io quella di rileggermi “Il giovane Holden” o, alternativamente, l’opera omnia di Carl Barks.
Un personaggio curioso, Amélie Nothomb. Di cui si fa un gran parlare, complice forse l’aspetto bizzarro al quale viene istintivo associare uno stile estroso o, quantomeno, alternativo. Una scrittrice di culto, incensata e osannata a destra come a manca, capace di lanciare un nuovo libro in pasto a pubblico, classifiche ed editori con cadenza rigorosamente annuale. Così, per principio. Che puntualmente viene adattato per il teatro, quando non per il cinema. Così, per conseguenza.
Personalmente non sono mai stato tentato dall’avventurarmi tra le pagine delle sue opere e, volendo indagare in merito, ammetto che la mia scelta è motivabile solo impugnando ragioni che non sono affatto ragioni: semplicemente, rivendico il diritto di essere prevenuto nei suoi confronti. Perché? Be’, tanto per cominciare nutro un’istintiva diffidenza per tutto ciò che è di culto e, se ci si sofferma sull’idea che oggi come oggi persino le più bieche produzioni cinematografiche degli anni ‘70 vengono sdoganate come tali, non ritengo di dover esser cosparso di miele e appeso per i pollici a testa in giù sopra un formicaio solo per questo. Poi, tanto per proseguire, se i francesi raccontano così tante barzellette sui belgi, una ragione dovrà pur esserci. E infine, tanto per concludere, detesto le birre di produzione belga.
Comunque sia, partendo dal presupposto che riconoscere i propri limiti è il primo passo per superarli, mi sono deciso a compiere anche il successivo: avrei letto “Acido solforico“, una delle sue ultime fatiche, pubblicata da Voland nel 2006. L’impresa non si è rivelata particolarmente ardua: 131 pagine condite con caratteri cubitali e stemperate da una generosa spaziatura equivalgono a circa un’ora del proprio tempo, più o meno.
“Acido solforico” è una sorta di indagine sulla degenerazione dei media e al contempo un atto di accusa contro il pubblico, reo di esserne il germe ispiratore: è infatti la sua morbosità voyeristica a giustificare la produzione di “Concentramento“, un reality show ispirato alle condizioni di vita nei lager nazisti, in cui i concorrenti subiscono quotidianamente ogni sorta di soprusi da parte di kapò – animatori accuratamente selezionati per la loro grettezza e stupidità. Grazie al televoto gli spettatori possono poi interagire decidendo le eliminazioni che, naturalmente, avvengono tra indicibili sofferenze e sono trasmesse in diretta.
L’idea presenta spunti di riflessione interessanti e non è affatto malvagia, almeno per chi come me e Bergonzoni la televisione la guarda ma non l’accende quasi mai. E ritiene di non perdersi alcunché.
La prima cosa a colpirmi, però, è stata la povertà del linguaggio utilizzato nella narrazione. Certo si potrebbe essere indotti a scaricare il barile dei limiti lessicali su Monica Capuani, autrice della traduzione italiana… ma, proseguendo la lettura, mi son reso conto che anche personaggi e situazioni sono appena abbozzati, sarei quindi propenso ad assolvere la traduttrice con formula piena. La scrittura della Nothomb sembra scaturire da una ricerca estetica più che stilistica, e questo spiega il proliferare di personaggi la cui unica funzione è quella di incipriarsi vicendevolmente il naso.
Protagonista della storia è la bella Pannonique dal cui fascino nessuno è immune, eroina del format tanto forzatamente virtuosa da risultare insopportabile in netto anticipo sulla conclusione della prima parte del romanzo, al cui intorno i compagni di sventura gravitano come faretti badando a mantenerne ben illuminato il profilo. Co-protagonisti sono invece gli ormoni impazziti della brutale Zdena, kapò ossessionata dalla grazia e dalle grazie di Pannonique, che la indurranno a tentare il possibile e pure l’impossibile per sedurre e possedere l’oggetto di tanto desiderio.
Insieme mi hanno accompagnato in un mondo vago e nebuloso, all’interno del quale mi è venuto istintivo pensare che la giovane autrice belga si sia bruciata l’occasione di scrivere un buon libro. E io quella di rileggermi “Il giovane Holden” o, alternativamente, l’opera omnia di Carl Barks.
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