feb 07 2010
[Art SPIEGELMAN] Maus
Che solo dalla storia si impara, tutti lo sanno. A tramandarla sono i vincitori, affinché le loro gesta illuminino i passi dei posteri in marcia ordinata verso la conquista del futuro. Se la scrivono e ce la cantano, attenti a turbare la nostra sensibilità solo quel giusto, che siamo dei bamboccioni e più di tanto non saremmo in grado di metabolizzarla.
Un fatto è un fatto, e come tale andrebbe trattato… eppure, non è così che funziona. La storia è una convenzione, più o meno universalmente accettata, tra le cui pagine persino i vinti trovano modo di rimbellettarsi un po’. Patteggiano, zompano sul carrozzone e si riscrivono, che a esser ricordato come un piccoletto d’animo non ci tiene nessuno. Manco fosse una vergogna. La storia, insomma, è per lo più una gran fregatura.
Prendi il “Giorno della memoria“: ventiquattro ore per ricordare, raccontare e, auspicabilmente, non dimenticare. Bello… ma, alle nostre latitudini, già il “Giorno della memoria selettiva” suonerebbe meglio, che qui le cose ognuno le rispolvera a modo suo. Come un italiano possa sentirsi meritevole di celebrare lo smantellamento di Auschwitz, non mi entrerà mai in testa. Girala come ti pare, ma resta un’appropriazione indebita di meriti altrui, un riciclarsi con destrezza nelle fila dei buoni – dalle quali restano ormai esclusi giusto “baffetto” e la sua ghenga di tirapiedi in bretelloni.
Dalla storia si imparerebbe, se solo la si conoscesse e, nel nostro caso, fosse accettata l’idea che noi italiani brava gente non lo siamo stati mai. Il 16 settembre 1943, proprio per quella destinazione, dalla stazione di Merano partì il nostro primo convoglio di deportati; il 5 settembre 1938 una folla festante di ometti adunchi, olivastri e riccioluti applaudì l’entrata in vigore dei “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista“, primi di una lunga e infausta serie di legiferazioni: queste sono le date che dovremmo appuntare nel calendario della patria memoria collettiva, il far finta di nulla e il negarci il diritto alla vergogna non contribuirà a renderci delle persone migliori.
Saremo sempre quelli dei cori negli stadi, dei “io non sono razzista, ma…”, pronti a impallinare un africano al suo rientro dai campi. E a indignarci se quello s’incazza e reagisce.
Del resto, non occorre andare molto indietro nel tempo per mettere a fuoco le anomalie connesse all’assenza di una coscienza storica. Parlando per me, sono cresciuto associando il nome di un uomo politico alla parola “ladro”, mi sveglio una mattina e scopro che quello non fu altro che la vittima sacrificale di un sistema, che è scoccata l’ora della riabilitazione e adesso ci tocca riparare intitolandogli una via o magari un parchetto. O che, per stare in tema di Shoah, al tavolo dei Santi stanno apparecchiando pure per Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, in arte Pio XII. Vabbe’. Sciolto il drappo della vergogna, gli resteranno almeno i versi di Pier Paolo Pasolini, a lui dedicati, come sassolini nelle belle scarpette rosse.
Dal trattare la storia con indulgenza non si impara un bell’accidente di niente. Proviamo sdegno davanti alla mattanza degli ebrei, come si trattasse di un orrore inconcepibile e ingiustificabile – cosa che peraltro è – ma, al contempo, di cambogiani, curdi, tutsi, musulmani bosniaci e kosovari non ce ne importa una cippa. Che, tradotto, significa che almeno sei milioni di uomini e donne sono morti invano.
La verità è che per il genocidio noi ci siamo portati, tutto ciò di cui necessitiamo è un pretesto per cominciare a darci da fare. La cultura avrebbe il potere di curarci, ma questa è effimera e, in assenza di una vera consapevolezza, non può garantire alcun beneficio.
Per fortuna ci sono ancora gli scampati, gente che quando parla sa ciò che dice e di cui ci si può fidare. Gente che “sanguina storia” come Vladek Spiegelman, un ebreo polacco sopravvissuto ad Auschwitz e, grazie al figlio Art Spiegelman, alla morte stessa.
Sto parlando di “Maus“, la trasposizione in tavole della quotidianità dei componenti di una famiglia di topi ebrei alla vigilia e attraverso la Shoah sino a un’America in cui ricordare. Topi gli ebrei, gatti i tedeschi, maiali i polacchi e così via, ognuno sempre ben identificabile anche a dispetto delle maschere che, quando è il caso, compaiono sui musi a confonderne i tratti.
Gli ci è voluto del coraggio, a Spiegelman. Oggi i tempi sono cambiati e al fumetto è riconosciuta una propria dignità, ma nei primi anni ‘70 le cose andavano diversamente e il successo non era affatto scontato. Come non lo era che nel 1992 “Maus” si sarebbe aggiudicato un riconoscimento speciale in occasione della consegna dei premi Pulizter.
“Maus”: un’opera cupa e claustrofobica in cui nulla è lasciato al caso, dal linguaggio aspro e sgrammaticato di Vladek ai tratti apparentemente naïf delle chine, dal taglio espressionista delle vignette all’infinita serie di musi che le popolano, gli uni dagli altri indistinguibili. In cui non esistono buoni e cattivi ma solo vittime e carnefici, in cui le vittime sono tanto impegnate a sopravvivere da non aver tempo da perdere a star lì a mendicare la pietà di nessuno, in cui i carnefici sono ciò che fanno, in cui la narrazione è tanto asciutta da non offrire appigli ad alcuna attenuante intellettuale, in cui ognuno è ciò che è e ad accattivarsi il lettore nemmeno ci prova.
Un’opera magnifica, disturbante e, a suo modo, poetica che, nella sua semplicità, ci ricorda che la storia, quella vera, è fatta di piccole storie. E che, come scrisse Il Poeta…
Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.
Maus, Art SPIEGELMAN, Einaudi >Ordina da IBS Italia










