mar 05 2010

[Toni MORRISON] Jazz

Categoria:letture

Toni MORRISON, Jazz

«Buongiorno. Vorrei “Jazz“, di Toni Morrison
L’ometto mi osserva come fossi un millepiedi con le zampette infangate e un orribile cappello in testa, omette il saluto e con un «Noi non trattiamo libri musicali.» mi liquida.
Mi perplimo, colto alla sprovvista dall’uppercut del suo sguardo supponente.
Libraio. Piccolo, vecchio libraio… non solo perirai tra le spire della Grande Distribuzione, ma un giorno arriverà Calzedonia e la tua bottega se la porterà via. Figlio di un libraio, ogni segno del tuo passaggio su questa terra sarà cancellato, con buona pace mia.
Toni Morrison non è Jim Morrison. E se anche mi girasse di comprare un libro di Jim Morrison – cosa peraltro affatto improbabile – sarebbero solo affaracci miei.
«Toni Morrison il jazz lo scrive, non lo suona. Pure il Nobel per la letteratura le hanno dato, e in Italia è pubblicata da Frassinelli.» il colpo è sleale, ma il tipo se l’è cercata. La parola “Nobel” ha fatto il suo effetto.
«Sì? Potrei ordinarlo, allora.»
«Non è il caso. Mi serve oggi.» piroetto verso l’uscita e stavolta il saluto lo ometto io. Certi libri non andrebbero mai prestati, che poi non li rivedi più e quando ti scappa da rileggerli sei obbligato ad avere a che fare con dei gran brutti ceffi.

La prima volta che sentii parlare di Toni Morrison fu ai tempi in cui la radio era ancora la radio e se imbroccavi la serata giusta rischiavi d’incantarti ad ascoltarla sino quasi al mattino. Uno degli speakers di RAI Stereo Notte ebbe l’idea di leggerne alcune pagine durante la sua trasmissione e, da parte mia, fu amore al primo ascolto. Il mattino seguente mi alzai di buonora per andarmelo a cercare, ma un mondo di 225 km2 può essere caratterizzato da limiti piuttosto oggettivi e il mio non faceva eccezione… così uscii dall’unica libreria degna di questo nome con “Gargantua e Pantagruele” sottobraccio – che non c’entrerà un bell’accidente di niente, ma ormai ero lì e Rabelais mi frullava per la testa già da un pezzo – e in tasca il buono d’ordine per il libro della Morrison.

Jazz. Una storia scritta di pancia, capace di insinuartisi dentro tanto prepotentemente da illuderti possa essere anche tua. Un romanzo poetico e struggente, strutturato davvero come una composizione jazz. La storia del vecchio Joe Trace e del suo amore per una diciottenne – tanto grande da non poter essere nemmeno immaginato – racchiuso in un proiettile e consegnato all’eternità… quella di Violet, sua moglie, dei suoi uccelli e del pappagallo che non si stancava mai di ripetere «Ti amo»… sono la base armonica sui cui accordi una piccola folla di personaggi si raccoglie, pronta a prendere vita in linee melodiche che si sviluppano tra l’Harlem degli anni ’20 e le piantagioni del mondo rurale. Un romanzo corale e di rara intensità, tradotto magistralmente da Franca Cavagnoli… cui va riconosciuto il merito di aver saputo riprodurre in italiano l’approccio intimo ed emozionale che Toni Morrison ha verso le parole.

Il tempo è passato e la copertina pure… la casa editrice resta Frassinelli, ma il ritratto scattato da William Claxton a Chet Baker e la sua bella Helima nel 1955 in quel di Redondo Beach ha ceduto il posto a una semplice illustrazione, e questo è un peccato. In compenso l’edizione si è ora arricchita di una prefazione dell’autrice stessa, e questa è una buona cosa. Insomma, che non si può avere tutto lo si sa… ma va aggiunto che un libro così è un piccolo capolavoro: a voler guardare, non avremmo bisogno proprio di nient’altro che le sue 238 pagine.

Jazz, Toni MORRISON, Frassinelli >Ordina da IBS Italia


feb 25 2010

JAMES HARMAN, la FAMILY STYLE BAND e il tour italiano 2010

James Harman con Mudcat e Lil' Joe al Congressional Blues Festival 2007 (©Michael Udell)

MB: Ciao James, sono Massimo Baraldi.
JH: Hey, che succede dalle tue parti?

MB: Si dice che tu sia diretto in Italia…
JH: Be’, non immediatamente, ma presto… verso la fine di maggio, penso. Devo fare le mie cose in Finlandia, Svezia, Danimarca e Norvegia prima di tornare in Italia.

MB: Ad Atlanta GA un paio di gentiluomini che rispondono al nome di Danny “Mudcat” Dudeck e Lil’ Joe Burton assicurano che ci divertiremo un sacco.
JH: Oh, sì… quei due ce l’han messa tutta al Congressional Blues Festival di Washington DC!!! Sissignore… “Little Joe from Chicago”, wow, che trombonista… ci siamo divertiti un sacco. Spero avremo modo di rifarlo. Con loro c’era il mio vecchio compare Ardle Dean alla batteria, incontrarlo è sempre una festa.

MB: Qui da noi te ne andrai in giro coi Family Style dei fratelli Marco e Franco Limido, due tra i migliori musicisti blues reperibili a queste latitudini…
JH: E io non vedo l’ora… spaccheremo tutto e rimetteremo ogni cosa al suo posto sino a che l’Inferno ne avrà abbastanza. Loro hanno lavorato spesso col mio vecchio socio Gene Taylor, ho già sentito parlare di quei teppisti… mi farò trovare pronto.

MB: Il nome di James Harman è strettamente legato a quelli di John Lee Hooker e Muddy Waters o di John Mayall e Mick Taylor, giusto per citarne qualcuno… mi auguro che a maggio potremo sederci per una vera chiacchierata. Mi piacerebbe ascoltare le tue storie.
JH: Sì, in 48 anni di musica penso di aver visto alcune cose che val la pena ricordare, cercherò di ripescarne qualcuna che possa essere raccontata… vengo per divertirmi, non per creare imbarazzi.

MB: Ok. Ci vediamo a maggio, allora.
JH: E maggio sarà, Daddy-0 e anch’io ti cercherò.

(Foto pubblicata per concessione di © Michael Udell, All Rights Reserved)

feb 21 2010

JAMES HARMAN, the FAMILY STYLE BAND and the Italian Tour 2010

James Harman with Mudcat & Lil' Joe at Congressional Blues Festival (©Michael Udell)

MB: Hi James, this is Massimo Baraldi calling.
JH: Hey now, how’s it goin’ on your end?

MB: The grapevine says you’re Italy bound…
JH: Well, not right away, but soon… late May I think. First I must go do my work in Finland, Sweden, Denmark and Norway before I get back to Italy.

MB: A couple of gentlemen from Atlanta GA going by the name of Danny “Mudcat” Dudeck & Lil’ Joe Burton claim we’re gonna have a ball.
JH: Oh yeah… cool, those cats were wailin’ at that Congressional Blues Festival in Washington DC!!! Yes Sir… “Little Joe from Chicago”, wow what a trombone player… we really had a thang goin’ on. I sure hope I get to do that one again. They had my old buddy Ardle Dean playin’ drums and that’s always a blast.

MB: Down here you’ll be touring with Family Style of brothers Marco and Franco Limido, two of the finest blues musicians at our latitudes…
JH: And I’m sure lookin’ forward to that… we’re going to break-it on down and tear it on back up, ‘till Hell won’t have it. They’ve worked with my old pal Gene Taylor several times, so I’ve already heard about those bad boys… I’m gonna be ready for that part of the tour.

MB: James Harman’s name is solidly tied to the ones of John Lee Hooker and Muddy Waters as well as John Mayall or Mick Taylor, just to mention a few… I hope we’ll sit down for a real chat in May. I’d love to listen to your stories.
JH: Yes, after 48 years in the music business I suppose I’ve seen a few things worth remembering, so I’ll try to recall some good ones, that can be repeated then… I’m coming to have some fun, not embarrass anybody.

MB: Ok. I’ll see you in May, then.
JH: Then May it shall be, Daddy-0 and I’ll be watchin’ for you as well.

(The photo is courtesy of © Michael Udell, All Rights Reserved)

feb 07 2010

[Art SPIEGELMAN] Maus

Maus, Art Spiegelman

Maus, Art Spiegelman

Che solo dalla storia si impara, tutti lo sanno. A tramandarla sono i vincitori, affinché le loro gesta illuminino i passi dei posteri in marcia ordinata verso la conquista del futuro. Se la scrivono e ce la cantano, attenti a turbare la nostra sensibilità solo quel giusto, che siamo dei bamboccioni e più di tanto non saremmo in grado di metabolizzarla.
Un fatto è un fatto, e come tale andrebbe trattato… eppure, non è così che funziona. La storia è una convenzione, più o meno universalmente accettata, tra le cui pagine persino i vinti trovano modo di rimbellettarsi un po’. Patteggiano, zompano sul carrozzone e si riscrivono, che a esser ricordato come un piccoletto d’animo non ci tiene nessuno. Manco fosse una vergogna. La storia, insomma, è per lo più una gran fregatura.
Prendi il “Giorno della memoria“: ventiquattro ore per ricordare, raccontare e, auspicabilmente, non dimenticare. Bello… ma, alle nostre latitudini, già il “Giorno della memoria selettiva” suonerebbe meglio, che qui le cose ognuno le rispolvera a modo suo. Come un italiano possa sentirsi meritevole di celebrare lo smantellamento di Auschwitz, non mi entrerà mai in testa. Girala come ti pare, ma resta un’appropriazione indebita di meriti altrui, un riciclarsi con destrezza nelle fila dei buoni – dalle quali restano ormai esclusi giusto “baffetto” e la sua ghenga di tirapiedi in bretelloni.

Dalla storia si imparerebbe, se solo la si conoscesse e, nel nostro caso, fosse accettata l’idea che noi italiani brava gente non lo siamo stati mai. Il 16 settembre 1943, proprio per quella destinazione, dalla stazione di Merano partì il nostro primo convoglio di deportati; il 5 settembre 1938 una folla festante di ometti adunchi, olivastri e riccioluti applaudì l’entrata in vigore dei “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista“, primi di una lunga e infausta serie di legiferazioni: queste sono le date che dovremmo appuntare nel calendario della patria memoria collettiva, il far finta di nulla e il negarci il diritto alla vergogna non contribuirà a renderci delle persone migliori.
Saremo sempre quelli dei cori negli stadi, dei “io non sono razzista, ma…”, pronti a impallinare un africano al suo rientro dai campi. E a indignarci se quello s’incazza e reagisce.
Del resto, non occorre andare molto indietro nel tempo per mettere a fuoco le anomalie connesse all’assenza di una coscienza storica. Parlando per me, sono cresciuto associando il nome di un uomo politico alla parola “ladro”, mi sveglio una mattina e scopro che quello non fu altro che la vittima sacrificale di un sistema, che è scoccata l’ora della riabilitazione e adesso ci tocca riparare intitolandogli una via o magari un parchetto. O che, per stare in tema di Shoah, al tavolo dei Santi stanno apparecchiando pure per Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, in arte Pio XII. Vabbe’. Sciolto il drappo della vergogna, gli resteranno almeno i versi di Pier Paolo Pasolini, a lui dedicati, come sassolini nelle belle scarpette rosse.

Dal trattare la storia con indulgenza non si impara un bell’accidente di niente. Proviamo sdegno davanti alla mattanza degli ebrei, come si trattasse di un orrore inconcepibile e ingiustificabile – cosa che peraltro è – ma, al contempo, di cambogiani, curdi, tutsi, musulmani bosniaci e kosovari non ce ne importa una cippa. Che, tradotto, significa che almeno sei milioni di uomini e donne sono morti invano.
La verità è che per il genocidio noi ci siamo portati, tutto ciò di cui necessitiamo è un pretesto per cominciare a darci da fare. La cultura avrebbe il potere di curarci, ma questa è effimera e, in assenza di una vera consapevolezza, non può garantire alcun beneficio.

Per fortuna ci sono ancora gli scampati, gente che quando parla sa ciò che dice e di cui ci si può fidare. Gente che “sanguina storia” come Vladek Spiegelman, un ebreo polacco sopravvissuto ad Auschwitz e, grazie al figlio Art Spiegelman, alla morte stessa.
Sto parlando di “Maus“, la trasposizione in tavole della quotidianità dei componenti di una famiglia di topi ebrei alla vigilia e attraverso la Shoah sino a un’America in cui ricordare. Topi gli ebrei, gatti i tedeschi, maiali i polacchi e così via, ognuno sempre ben identificabile anche a dispetto delle maschere che, quando è il caso, compaiono sui musi a confonderne i tratti.

Gli ci è voluto del coraggio, a Spiegelman. Oggi i tempi sono cambiati e al fumetto è riconosciuta una propria dignità, ma nei primi anni ‘70 le cose andavano diversamente e il successo non era affatto scontato. Come non lo era che nel 1992 “Maus” si sarebbe aggiudicato un riconoscimento speciale in occasione della consegna dei premi Pulizter.
“Maus”: un’opera cupa e claustrofobica in cui nulla è lasciato al caso, dal linguaggio aspro e sgrammaticato di Vladek ai tratti apparentemente naïf delle chine, dal taglio espressionista delle vignette all’infinita serie di musi che le popolano, gli uni dagli altri indistinguibili. In cui non esistono buoni e cattivi ma solo vittime e carnefici, in cui le vittime sono tanto impegnate a sopravvivere da non aver tempo da perdere a star lì a mendicare la pietà di nessuno, in cui i carnefici sono ciò che fanno, in cui la narrazione è tanto asciutta da non offrire appigli ad alcuna attenuante intellettuale, in cui ognuno è ciò che è e ad accattivarsi il lettore nemmeno ci prova.

Un’opera magnifica, disturbante e, a suo modo, poetica che, nella sua semplicità, ci ricorda che la storia, quella vera, è fatta di piccole storie. E che, come scrisse Il Poeta

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Maus, Art SPIEGELMAN, Einaudi >Ordina da IBS Italia


gen 25 2010

CONTRABBANDIERI DEL NIRVANA e la prefazione di Massimo Baraldi

Categoria:Cronache, letture
contrabbandieri del nirvana

Contrabbandieri del Nirvana

“Non sei fregato per davvero sino a quando hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. A scriverlo è Alessandro Baricco, sulle labbra di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento. Può essere vero come no, ma non è che faccia poi una gran differenza: a me piace pensarlo e tanto mi basta. Sono le storie che ascoltiamo a renderci ciò che siamo, quelle che raccontiamo a ricordarci chi dovremmo – o potremmo – essere.

Enzo Santambrogio e Davide Valsecchi mi sa che la vedono più o meno come me, se no che cosa ci sarebbero andati a fare su e giù per la catena himalayana? Insomma, lassù fa freddo e tira vento… e arrivarci è faticoso. Poi, se così non fosse, perché mai si sarebbero presi la briga di fissare su carta e pellicola i propri appunti di viaggio? E di coinvolgere il suddetto chiedendogli di scrivere la sua1 in forma di prefazione?

Comunque sia, la cosa riguarda solo loro. La buona notizia è un’altra, e cioè che tutta quest’avventura ha lasciato un segno: “Contrabbandieri del Nirvana”, pubblicato ora dall’Editrice Monti. Chissà, prima o poi potrebbe pure esser distribuito, nel frattempo, puoi richiederlo direttamente a loro.

  1. che sarebbe poi la mia, n.d.A.

gen 15 2010

[Amélie NOTHOMB] Acido solforico

Categoria:letture
Un personaggio curioso, Amélie Nothomb. Di cui si fa un gran parlare, complice forse l’aspetto bizzarro al quale viene istintivo associare uno stile estroso o, quantomeno, alternativo. Una scrittrice di culto, incensata e osannata a destra come a manca, capace di lanciare un nuovo libro in pasto a pubblico, classifiche ed editori con cadenza rigorosamente annuale. Così, per principio. Che puntualmente viene adattato per il teatro, quando non per il cinema. Così, per conseguenza.
Personalmente non sono mai stato tentato dall’avventurarmi tra le pagine delle sue opere e, volendo indagare in merito, ammetto che la mia scelta è motivabile solo impugnando ragioni che non sono affatto ragioni: semplicemente, rivendico il diritto di essere prevenuto nei suoi confronti. Perché? Be’, tanto per cominciare nutro un’istintiva diffidenza per tutto ciò che è di culto e, se ci si sofferma sull’idea che oggi come oggi persino le più bieche produzioni cinematografiche degli anni ‘70 vengono sdoganate come tali, non ritengo di dover esser cosparso di miele e appeso per i pollici a testa in giù sopra un formicaio solo per questo. Poi, tanto per proseguire, se i francesi raccontano così tante barzellette sui belgi, una ragione dovrà pur esserci. E infine, tanto per concludere, detesto le birre di produzione belga.
Comunque sia, partendo dal presupposto che riconoscere i propri limiti è il primo passo per superarli, mi sono deciso a compiere anche il successivo: avrei letto “Acido solforico”, una delle sue ultime fatiche, pubblicata da Voland nel 2006. L’impresa non si è rivelata particolarmente ardua: 131 pagine condite con caratteri cubitali e stemperate da una generosa spaziatura equivalgono a circa un’ora del proprio tempo, più o meno.
“Acido solforico” è una sorta di indagine sulla degenerazione dei media e al contempo un atto di accusa contro il pubblico, reo di esserne il germe ispiratore: è infatti la sua morbosità voyeristica  a giustificare la produzione di “Concentramento”, un reality show ispirato alle condizioni di vita nei lager nazisti, in cui i concorrenti subiscono quotidianamente ogni sorta di soprusi da parte di kapò – animatori accuratamente selezionati per la loro grettezza e stupidità. Grazie al televoto gli spettatori possono poi interagire decidendo le eliminazioni che, naturalmente, avvengono tra indicibili sofferenze e sono trasmesse in diretta.
L’idea presenta spunti di riflessione interessanti e non è affatto malvagia, almeno per chi come me e Bergonzoni la televisione la guarda ma non l’accende quasi mai. E ritiene di non perdersi alcunché.
La prima cosa a colpirmi, però, è stata la povertà del linguaggio utilizzato nella narrazione. Certo si potrebbe essere indotti a scaricare il barile dei limiti lessicali su Monica Capuani, autrice della traduzione italiana… ma, proseguendo la lettura, mi son reso conto che anche personaggi e situazioni sono appena abbozzati, sarei quindi propenso ad assolvere la traduttrice con formula piena. La scrittura della Nothomb sembra scaturire da una ricerca estetica più che stilistica, e questo spiega il proliferare di personaggi la cui unica funzione è quella di incipriarsi vicendevolmente il naso.
Protagonista della storia è la bella Pannonique dal cui fascino nessuno è immune, eroina del format tanto forzatamente virtuosa da risultare insopportabile in netto anticipo sulla conclusione della prima parte del romanzo, al cui intorno i compagni di sventura gravitano come faretti badando a mantenerne ben illuminato il profilo. Co-protagonisti sono invece gli ormoni impazziti della brutale Zdena, kapò ossessionata dalla grazia e dalle grazie di Pannonique, che la indurranno a tentare il possibile e pure l’impossibile per sedurre e possedere l’oggetto di tanto desiderio.
Insieme mi hanno accompagnato in un mondo vago e nebuloso, all’interno del quale mi è venuto istintivo pensare che la giovane autrice belga si sia bruciata l’occasione di scrivere un buon libro. E io quella di rileggermi “Il giovane Holden” o, alternativamente, l’opera omnia di Carl Barks.

Un personaggio curioso, Amélie Nothomb. Di cui si fa un gran parlare, complice forse l’aspetto bizzarro al quale viene istintivo associare uno stile estroso o, quantomeno, alternativo. Una scrittrice di culto, incensata e osannata a destra come a manca, capace di lanciare un nuovo libro in pasto a pubblico, classifiche ed editori con cadenza rigorosamente annuale. Così, per principio. Che puntualmente viene adattato per il teatro, quando non per il cinema. Così, per conseguenza.

Personalmente non sono mai stato tentato dall’avventurarmi tra le pagine delle sue opere e, volendo indagare in merito, ammetto che la mia scelta è motivabile solo impugnando ragioni che non sono affatto ragioni: semplicemente, rivendico il diritto di essere prevenuto nei suoi confronti. Perché? Be’, tanto per cominciare nutro un’istintiva diffidenza per tutto ciò che è di culto e, se ci si sofferma sull’idea che oggi come oggi persino le più bieche produzioni cinematografiche degli anni ‘70 vengono sdoganate come tali, non ritengo di dover esser cosparso di miele e appeso per i pollici a testa in giù sopra un formicaio solo per questo. Poi, tanto per proseguire, se i francesi raccontano così tante barzellette sui belgi, una ragione dovrà pur esserci. E infine, tanto per concludere, detesto le birre di produzione belga.

Comunque sia, partendo dal presupposto che riconoscere i propri limiti è il primo passo per superarli, mi sono deciso a compiere anche il successivo: avrei letto “Acido solforico“, una delle sue ultime fatiche, pubblicata da Voland nel 2006. L’impresa non si è rivelata particolarmente ardua: 131 pagine condite con caratteri cubitali e stemperate da una generosa spaziatura equivalgono a circa un’ora del proprio tempo, più o meno.

“Acido solforico” è una sorta di indagine sulla degenerazione dei media e al contempo un atto di accusa contro il pubblico, reo di esserne il germe ispiratore: è infatti la sua morbosità voyeristica a giustificare la produzione di “Concentramento“, un reality show ispirato alle condizioni di vita nei lager nazisti, in cui i concorrenti subiscono quotidianamente ogni sorta di soprusi da parte di kapò – animatori accuratamente selezionati per la loro grettezza e stupidità. Grazie al televoto gli spettatori possono poi interagire decidendo le eliminazioni che, naturalmente, avvengono tra indicibili sofferenze e sono trasmesse in diretta.

L’idea presenta spunti di riflessione interessanti e non è affatto malvagia, almeno per chi come me e Bergonzoni la televisione la guarda ma non l’accende quasi mai. E ritiene di non perdersi alcunché.

La prima cosa a colpirmi, però, è stata la povertà del linguaggio utilizzato nella narrazione. Certo si potrebbe essere indotti a scaricare il barile dei limiti lessicali su Monica Capuani, autrice della traduzione italiana… ma, proseguendo la lettura, mi son reso conto che anche personaggi e situazioni sono appena abbozzati, sarei quindi propenso ad assolvere la traduttrice con formula piena. La scrittura della Nothomb sembra scaturire da una ricerca estetica più che stilistica, e questo spiega il proliferare di personaggi la cui unica funzione è quella di incipriarsi vicendevolmente il naso.

Protagonista della storia è la bella Pannonique dal cui fascino nessuno è immune, eroina del format tanto forzatamente virtuosa da risultare insopportabile in netto anticipo sulla conclusione della prima parte del romanzo, al cui intorno i compagni di sventura gravitano come faretti badando a mantenerne ben illuminato il profilo. Co-protagonisti sono invece gli ormoni impazziti della brutale Zdena, kapò ossessionata dalla grazia e dalle grazie di Pannonique, che la indurranno a tentare il possibile e pure l’impossibile per sedurre e possedere l’oggetto di tanto desiderio.
Insieme mi hanno accompagnato in un mondo vago e nebuloso, all’interno del quale mi è venuto istintivo pensare che la giovane autrice belga si sia bruciata l’occasione di scrivere un buon libro. E io quella di rileggermi “Il giovane Holden” o, alternativamente, l’opera omnia di Carl Barks.

Acido solforico, Amélie NOTHOMB, Voland >Ordina da IBS Italia


dic 18 2009

I FAMILY STYLE dei fratelli Limido e il concerto di Natale in Live Streaming

Categoria:Ascolti, Live!, WEBlife
Quella del concerto natalizio è una tradizione alla quale i Family Style Marco e Franco Limido  ci hanno abituati da tempo, ma quest’anno c’è una grande novità: verrà trasmesso in diretta sul web e quindi per la prima volta potranno essere presenti tutti i loro amici, per lontani o pigri che siano.
Se ti va di farti un sano brindisi in compagnia dei loro blues non devi far altro che collegarti qui stasera dalle 22:00 in poi. O, in caso tu non rientrassi in nessuna delle due categorie di cui sopra, sappi che li troverai al Trocadero di Arluno -MI-.
E visto che siamo in clima natalizio, sappi pure che sul loro sito è possibile scaricare gratuitamente il loro Live in Nottingham. Facci un salto e spulciati intorno, vale la pena.

Quella del concerto natalizio è una tradizione alla quale i Family Style Marco e Franco Limido ci hanno abituati da tempo, ma quest’anno c’è una grande novità: verrà trasmesso in diretta sul web e quindi per la prima volta potranno essere presenti tutti i loro amici, per lontani o pigri che siano.

Se ti va di farti un sano brindisi in compagnia dei loro blues non devi far altro che collegarti qui stasera dalle 22:00 in poi. O, in caso tu non rientrassi in nessuna delle due categorie di cui sopra, sappi che li troverai al Trocadero di Arluno -MI-.

E visto che siamo in clima natalizio, sappi pure che sul loro sito è possibile scaricare gratuitamente il loro Live in Nottingham. Facci un salto e spulciati intorno, vale la pena.

Streaming Video by Ustream.TV


dic 08 2009

…CON VISTA SUL MONDO: reading – concerto di solidarietà a Mantova

A Natale sono tutti più buoni? Non è che la cosa sia poi così scontata, ma presto ne sapremo un po’ di più al riguardo. Il 20 dicembre alle 21:00, per l’esattezza. Come? Sappi che proprio in questa data la Confraternita dell’Uva, in collaborazione con Scritture Dannose, Davide Bregola e Paolo Sereno in qualità di responsabile del coordinamento musicale, ha organizzato il reading – concerto di solidarietà …CON VISTA SUL MONDO, i cui proventi andranno all’associazione …con vista sul mondo onlus.
Il palco del teatro Bibiena di Mantova accoglierà Chiara Benazzi, Walter Del Comune, Nicola Maestri, Emily Pigozzi e Valentino Staffoli (Scritture Dannose, Teatro Minimo, Teatro Tememos e Scuola di Teatro di Mantova), che si alterneranno in letture tratte dalle antologie “Il rumore degli occhi” e “Per Natale non esco”. Seguirà il “The Movie Concert” di Paolo Sereno e in chiusura la “Christmas Jam” di Paolo Turina (chitarra), Samuele Benatti (piano) Greta Magnani (voce) e Franco Martinelli (contrabbasso).
L’evento, patrocinato dal Comune di Mantova, è stato reso possibile grazie al sostegno di mantova.com, Associazione Culturale Consonanze, Libreria Di Pellegrini, Biomet 3i e ANDI – Sezione Provinciale di Mantova.
Il costo del biglietto di ingresso è 10 € – per i sostenitori € 15 – ed è acquistabile presso la sede dell’associazione in via Albertoni, 4c a Mantova o su Boxoffice.
Infoline: 346 7044105

...CON VISTA SUL MONDO

A Natale sono tutti più buoni? Non è che la cosa sia poi così scontata, ma presto ne sapremo un po’ di più al riguardo. Il 20 dicembre alle 21:00, per l’esattezza. Come? Sappi che proprio in questa data la Confraternita dell’Uva, in collaborazione con Scritture Dannose, Davide Bregola e Paolo Sereno in qualità di responsabile del coordinamento musicale, ha organizzato il reading – concerto di solidarietà …CON VISTA SUL MONDO, i cui proventi andranno all’associazione …con vista sul mondo onlus.

Il palco del teatro Bibiena di Mantova accoglierà Chiara Benazzi, Walter Del Comune, Nicola Maestri, Emily Pigozzi e Valentino Staffoli (Scritture Dannose, Teatro Minimo, Teatro Tememos e Scuola di Teatro di Mantova), che si alterneranno in letture tratte dalle antologie “Il rumore degli occhi” e “Per Natale non esco“. Seguirà il “The Movie Concert” di Paolo Sereno e in chiusura la “Christmas Jam” di Paolo Turina (chitarra), Samuele Benatti (piano) Greta Magnani (voce) e Franco Martinelli (contrabbasso).

L’evento, patrocinato dal Comune di Mantova, è stato reso possibile grazie al sostegno di mantova.com, Associazione Culturale Consonanze, Libreria Di Pellegrini, Biomet 3i e ANDI – Sezione Provinciale di Mantova.

Il costo del biglietto di ingresso è 10 € – per i sostenitori € 15 – ed è acquistabile presso la sede dell’associazione in via Albertoni, 4c a Mantova o su Boxoffice. Infoline: 346 7044105


dic 06 2009

[The BEATLES] Love

Categoria:Ascolti
Se mi avessero detto che un giorno avrei comprato un disco dei Beatles, non ci avrei creduto. Non per altro, ma li ho già praticamente tutti, li so a memoria e, come se non bastasse, ho sempre preferito i Rolling Stones.
Ma la vita è strana, c’è ben poco su cui poter scommettere: non solo l’ho fatto, ma non riesco a smettere di ascoltarlo. Sto parlando di “Love”, una follia di 84 minuti in cui è condensato tutto il condensabile della loro produzione discografica, una sorta di Bignami psichedelico dei Fab Four.
Sotto la supervisione di Paul McCartney, Ringo Starr, Yoko Ono e Olivia Harrison, George e Giles Martin si sono impegnati a produrre la colonna sonora per l’omonimo spettacolo del Cirque du Soleil garantendo alla Apple che sarebbe stato utilizzato solo e soltanto materiale proveniente dai master delle incisioni originali. E, fatta eccezione per l’inserto d’archi in “While My Guitar Gently Weeps”, hanno mantenuto la promessa.
E così, ecco qua Love: 26 brani ottenuti rimixando le tracce originali di una cosa come 130 canzoni. Giusto per capirci, in “Get Back” trovi il riff di apertura di “A Hard Day’s Night”, l’assolo di batteria di “The End” – l’unico mai registrato da Ringo Starr – e le percussioni di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, il tutto servito ben caldo e condito con gli inserti orchestrali di “A Day in the Life”. Un gioiellino, insomma, dove ogni istante di ascolto equivale a uno di meraviglia.
Ora, se pensi di fare il furbo e comprare la versione in dvd, sappi che di vederti lo spettacolo comodamente spaparanzato in poltrona in compagnia delle tue pantofole puoi pure scordartelo: ci troverai giusto qualche contenuto multimediale e una manciata di minuti di musica in più. Però una sbirciatina su youTube puoi darla, questo sì.
beatles_love

THE BEATLES, Love

Se mi avessero detto che un giorno avrei comprato un disco dei Beatles, non ci avrei creduto. Non per altro, ma li ho già praticamente tutti, li so a memoria e, come se non bastasse, ho sempre preferito i Rolling Stones.

Ma la vita è strana, c’è ben poco su cui poter scommettere: non solo l’ho fatto, ma non riesco a smettere di ascoltarlo. Sto parlando di “Love”, una follia di 84 minuti in cui è condensato tutto il condensabile della loro produzione discografica, una sorta di Bignami psichedelico dei Fab Four.

Sotto la supervisione di Paul McCartney, Ringo Starr, Yoko Ono e Olivia Harrison, George e Giles Martin si sono impegnati a produrre la colonna sonora per l’omonimo spettacolo del Cirque du Soleil garantendo alla Apple che sarebbe stato utilizzato solo e soltanto materiale proveniente dai master delle incisioni originali. E, fatta eccezione per l’inserto d’archi in “While My Guitar Gently Weeps”, hanno mantenuto la promessa.

E così, ecco qua Love: 26 brani ottenuti rimixando le tracce originali di una cosa come 130 canzoni. Giusto per capirci, in “Get Back” trovi il riff di apertura di “A Hard Day’s Night”, l’assolo di batteria di “The End” – l’unico mai registrato da Ringo Starr – e le percussioni di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, il tutto servito ben caldo e condito con gli inserti orchestrali di “A Day in the Life”. Un gioiellino, insomma, dove ogni istante di ascolto equivale a uno di meraviglia.

Ora, se pensi di fare il furbo e comprare la versione in dvd, sappi che di vederti lo spettacolo comodamente spaparanzato in poltrona in compagnia delle tue pantofole puoi pure scordartelo: ci troverai giusto qualche contenuto multimediale e una manciata di minuti di musica in più. Però una sbirciatina su youTube puoi darla, questo sì.

Love, THE BEATLES >Ordina da IBS Italia

Tracklist

  1. Because
  2. Get Back
  3. Glass Onion
  4. Eleanor Rigby – Julia
  5. I am the Walrus
  6. I Want to Hold Your Hand
  7. Drive My Car – The Word – What You’re Doing
  8. Gnik Nus
  9. Something – Blue Jay Way
  10. Being for the Benefit of Mr. Kite! – I Want You (She’s So Heavy) – Helter Skelter
  11. Help!
  12. Blackbird – Yesterday
  13. Strawberry Fields Forever
  14. Within You Without You – Tomorrow Never Knows
  15. Lucy in the Sky with Diamonds
  16. Octopus’s Garden
  17. Lady Madonna
  18. Here Comes the Sun – The Inner Light
  19. Come Together – Dear Prudence – Cry Baby Cry
  20. Revolution
  21. Back in the U.S.S.R.
  22. While My Guitar Gently Weeps
  23. A Day in the Life
  24. Hey Jude
  25. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise)
  26. All You Need Is Love

nov 19 2009

Istantanee da una vita in blues: l’intervista a LIL’ JOE BURTON è online!

joe_burton-01w La vita può essere dura per tutti, ma se nasci in uno dei quartieri popolari di Chicago può diventarlo particolarmente. Da quelle parti possedere un’arma e saperla usare può davvero fare la differenza, benché quando la variabile sei tu e hai gangs, droga e polizia come costanti, il risultato dell’equazione sia perlopiù abbastanza scontato.
Nel caso di Joseph Burton, classe 1952 e noto ai più come Lil’ Joe from Chicago, le cose andarono diversamente: fu un trombone a salvargli la pelle e tirarlo fuori da lì. Ancora bambino aderì a un programma sperimentale di formazione musicale e di lì a poco si ritrovò con un vero lavoro per le mani. «Non ringrazierò mai abbastanza il Signore per avermi insegnato a essere un brav’uomo attraverso la buona musica» è una frase che Lil’ Joe ama ripetere. Certo, la madre sognava per lui un futuro da pediatra… ma, se è vero che la musica è una cura per lo spirito, ha comunque motivo di esserne orgogliosa.

Tre albums con Junior Wells, cinque con B. B. King e poi una serie infinita di collaborazioni che spaziano dai Carpenters ai Platters, da Bobby Womack a Joe Tex e Otis Clay, da George Burns a Tony Bennett: Lil’ Joe è stato uno dei musicisti più richiesti della scena blues, soul e rhythm & blues del suo tempo, praticamente una piccola leggenda. Stabilitosi ormai da qualche anno ad Atlanta, è entrato a far parte della Music Maker Relief Foundation di Tim Duffy, organizzazione che fa del proprio meglio per promuovere, supportare e provvedere ai bisogni dei pionieri del blues che vivono in condizioni di disagio.
Versatile ed eclettico, dal 2003 ha messo il proprio talento a disposizione di Danny “Mudcat” Dudeck, uno dei bluesmen più rappresentativi della scena locale e, in occasione del loro tour italiano, lo incontro proprio in sua compagnia,.

Lil’ Joe mi accoglie con un bel sorriso stampato tra gli occhi scintillanti, e posso dire che quando te lo trovi davanti non ti è difficile immaginarlo ancora ragazzino, affacciato sul corridoio dei camerini a salutare Ray Charles con la mano chiedendosi se sarà poi proprio vero che a vederlo non ci riesce mica. Continua a leggere…